Dopo Festival, tutti i segreti del lungo conclave della Giuria
La Mostra del Cinema il giorno dopo. Le divisioni, i compromessi, le sorprese. Insomma, come l’ha spuntata Ang Lee, trionfatore a Venezia per la seconda volta in tre anni. La reazione risentita di Kechiche che, investito del Premio Speciale della giuria, lo ha definito un «modesto riconoscimento». E il cruccio del direttore Marco Müller: l'aver dovuto sconfessare il proprio regolamento e rispolverare gli odiati ex-aequo

Brian De Palma vincitore del premio alla regia
Se fosse stato per lui, avrebbe assegnato il Leone d’Oro all’umanissimo La Graine e le Mulet di Abdellatif Kechiche o alla divertente commedia “indiana” The Darjeeling Limited di Wes Anderson, ma difende la scelta della giuria di aver premiato Lust, Caution di Ang Lee, che “sbanca” Venezia per la seconda volta in tre anni. Ma a Marco Müller - direttore di questa Mostra chiusa comunque con un bilancio largamente positivo per la qualità dei film presentati, e di cui ieri, mentre già il Lido si svuotava, ha tirato le somme con il presidente della Biennale Davide Croff - ciò che dà forse più fastidio è aver dovuto, su pressioni di una giuria divisa, sconfessare il “suo” regolamento del Festival. Costretto così o a rispolverare - previa deroga “volante” del Consiglio di amministrazione - gli odiati ex aequo e i premi principali multipli a uno stesso film. E’ forse l’unico momento di “frizione” con Croff. «Il regolamento è competenza del direttore - ha detto il presidente - ma il Consiglio della Biennale è sovrano, e può derogare a suo piacere. E’ però forse il caso, per il futuro, di aprire una riflessione, e di introdurre una maggiore flessibilità nell’assegnazione dei premi già nel regolamento».
«Il regolamento va benissimo così com’è - ha replicato Müller - proprio per evitare ex aequo e premi multipli, ma dopo undici ore di discussioni senza un esito certo che dovevo fare, dire no alla giuria? Erano sette registi ognuno con la sua personalità e bisogna rispettare le loro differenze. Erano almeno una decina i film piaciuti ai giurati, divisi in particolare tra il film di Todd Haynes I’m not there e La Graine et le Mulet, e alla fine si è giunti alla decisione di assegnare il Leone d’Oro ad un film che invece metteva d’accordo tutti, quello di Ang Lee, e di dare alle altre due pellicole in lizza un gran premio della giuria ex-aequo. Ma la la giuria è sovrana. Sulle loro valutazioni non voglio entrare», conclude, anche in risposta a chi gli chiede se quella di Brad Pitt - premiato con la Coppa Volpi - fosse davvero la migliore interpretazione maschile. «Ho amato molto il film di Ang Lee - spiega anche il giurato italiano Ferzan Ozpetek - ma volevo premiare Kechiche. In giuria eravamo due a favore (l’altra era Catherine Breillat ndr) e cinque contro. Lee ha fatto un film bellissimo, perfetto, un classico che ti siedi e lo vedi volentieri con le sue scene scandalistiche, che ti imbarazzano. Premiare La Graine e le Mulet, con le sue lunghezze, non perfetto, sarebbe stata una cosa rivoluzionaria, una novità. Sono rimasto molto deluso però dall’atteggiamento di Kechiche» che, convinto di vincere il Leone d’Oro, ha parlato, alla consegna del Premio Speciale della giuria, come di un «modesto riconoscimento». E del comportamento antipatico di Kechiche ha parlato anche Müller, tacciandolo di irriconoscenza.
Ozpetek difende anche la Coppa Volpi come miglior attore, fischiata in sala stampa, a Brad Pitt: «Ho trovato Pitt bravissimo, mi metteva paura. Su sette avrà preso cinque voti. Io ero anche per George Clooney, Tommy Lee Jones, Casey Affleck, ma Pitt ci ha convinto di più». Tornando a Müller, il direttore difende anche la contestatissima selezione italiana, mai presa in considerazione dalla giuria. «Confermo le scelte dei selezionatori - dice - i tre film italiani in concorso erano i migliori a disposizione. E non è vero che questi film siano stati solo criticati. Ad esempio quello di Franchi (Nessuna qualità agli eroi) è stato apprezzato all’estero, c’è chi ha parlato di lui come un nuovo Antonioni. L’unico rimpianto è che in concorso non ci sia potuto essere il film di Carlo Mazzacurati, La giusta distanza, ma purtroppo non era pronto». E il sinologo Müller non fa una piega neppure di fronte al fatto che, con lui, negli ultimi tre anni il Leone d’Oro sia andato sempre a registi cinesi: «Non sono stato certo io a determinarli e, anzi, in lotta per un premio quest’anno sono stati anche i film di Johnny To e Lee Kang Sheng». Come a dire: poteva andare anche peggio, per chi giudica Venezia troppo “cinese”.
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