Lingua antica, tradizione che resiste: più della metà dei veneti parla il dialetto

Secondo l’Istat, al Centro-Nord non c’è altra regione che sia rimasta così fedele all’idioma locale soprattutto nella vita quotidiana

Gianni Moriani
Anziani in piazza: l’uso del dialetto persiste soprattutto nelle vecchie generazioni
Anziani in piazza: l’uso del dialetto persiste soprattutto nelle vecchie generazioni

In un’epoca di omologazione, il Veneto si distingue come un laboratorio unico. Non è solo una percezione identitaria: è un dato misurabile. Secondo un’indagine dell’Istat, il Veneto è la regione del Centro-Nord Italia con la più alta percentuale di persone che ricorrono abitualmente al dialetto: il 55,3 per cento.

Più di un cittadino su due continua dunque a usare la lingua locale nella vita quotidiana. Qui la parola territoriale non è un residuo del passato, ma un pilastro dell’identità e una risorsa intellettiva.

Parlare di “lingue venete” significa affrontare questioni che vanno oltre il folklore: riguarda chi siamo, come il nostro cervello interpreta la realtà e come possiamo navigare il mondo interconnesso senza perdere il nostro centro culturale. Il veneto non è un blocco monolitico, ma un organismo vivo.

Un mosaico di parlate: sistemi linguistici e minoranze

È fondamentale chiarire che queste parlate non sono “italiani storpiati”, ma lingue romanze — sebbene definite "dialetti" per il loro uso prevalentemente informale — evolutesi autonomamente dal latino volgare seguendo un percorso storico parallelo a quello del fiorentino. Il veneto è dunque un sistema linguistico a sé stante, che si declina in varianti come il veneziano, il padovano, il veronese, il vicentino, il polesano, il trevigiano o il bellunese: una mutua comprensibilità che funge da straordinario collante regionale.

Accanto a questa realtà, le minoranze storiche conservano ceppi distinti e preziosi. Il ladino nelle valli dolomitiche e il cimbro — antico idioma germanico dell’Altopiano dei Sette Comuni e dei Lessini — non sono curiosità museali, ma ponti che collegano il Veneto alla Mitteleuropa, offrendo una finestra su visioni del mondo che rischierebbero altrimenti di scomparire.

L’identità nella parola: una “patria portatile”

Il legame tra il popolo veneto e le proprie parlate è profondo e trasversale. La lingua locale è un “codice dell’anima”, capace di racchiudere concetti spesso intraducibili e di costruire immediatamente comunità. In Veneto, il dialetto attraversa le classi sociali: lo si parla in fabbrica come negli uffici, nelle piazze come nelle accademie. È una “patria portatile” che ogni veneto porta con sé, capace di garantire un senso di appartenenza contro lo spaesamento della globalizzazione.

Il valore intellettivo del bilinguismo naturale

Per decenni, l'uso dei dialetti è stato associato a una carenza culturale. Oggi la neuroscienza ribalta questo pregiudizio: chi parla sia l'italiano sia la lingua locale vive un bilinguismo attivo che funge da costante allenamento cognitivo. La pratica del code-switching — il passaggio fluido tra i due codici — potenzia le funzioni esecutive e la flessibilità mentale.

Questa pratica contribuisce a creare una riserva cognitiva capace, secondo numerosi studi, di ritardare i sintomi dell'invecchiamento cerebrale. Parlare veneto, ladino o cimbro significa allenare la mente a percepire più livelli di realtà e ad affrontare la complessità con maggiore agilità.

Il trittico del futuro: veneto, italiano, inglese

La vera forza del cittadino veneto contemporaneo risiede nella capacità di muoversi su tre livelli complementari: il veneto è la lingua della prossimità e degli affetti; l’italiano è la lingua della cittadinanza e della cultura letteraria; l’inglese è la chiave d’accesso al mondo globale.

Allenare il cervello a saltare quotidianamente tra questi mondi non genera confusione, ma sviluppa una mente multidimensionale. Valorizzare le parlate locali non è quindi un atto di chiusura, ma un investimento sulla ricchezza mentale della regione.

Il Veneto ha ancora molto da dire, e lo farà con la propria voce: saldamente ancorata alla storia, ma aperta al futuro. 

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