Il professor Dal Piaz: «Il Caffè Pedrocchi? Monumento tradito. Basta sciatteria»

L’architetto ed ex docente dell’Università di Padova intervistato sul caso Pedrocchi: «Si rispetti il protocollo del 2017 e si riapra il confronto»

Rocco Currado
La pianta storica del Pedrocchi al pian terreno
La pianta storica del Pedrocchi al pian terreno

Vittorio Dal Piaz, architetto, per molti anni docente di Composizione architettonica all’Università di Padova, in una lettera al nostro giornale, nel 1999, scriveva del Caffè Pedrocchi come «monumento tradito dalla città».

Oggi userebbe le stesse parole?

«Senza dubbio, avendo condiviso molti degli interventi pubblicati in questi giorni. Appartengo alla nutrita schiera di chi si è interessato alla figura di Jappelli: ho collaborato alla mostra del 1984, allestita da Giulio Bresciani Alvarez; ho partecipato, come consulente, al rilievo architettonico di Adriano Verdi, redatto nel 1986; e in particolare mi sono dedicato a ricostruire la storia del complesso, con l’articolo “Problemi di lettura e di restauro”, ospitato nel volume “Caffè Pedrocchi in Padova, un luogo per la società civile” di Barbara Mazza. La fonte principale è stata la “Stima degli stabili di compendio della sostanza abbandonata dal fu Domenico Cappellato Pedrocchi”, redatta da Pietro Salvadori, nel 1892, corredata da planimetrie schematiche: offre una descrizione dettagliata di ogni locale, consentendo per la prima volta di individuarne ogni singola destinazione d’uso. La descrizione riguarda quindi l’intero Stabilimento, composto dai due corpi di fabbrica uniti al piano superiore dal Pedrocchino. Oltre alle voci delle sale storiche, saltano all’occhio altre poco note, come Offelleria, Laboratorio della cioccolata, Tiepidario, Cucina per abbrustolire il caffè, ma anche Cortile, Scuderia a tre poste, Stanza per il cocchiere».

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Nella sua lettera era preoccupato per le sorti del complesso. Perché?

«Era terminato da poco l’intervento di Umberto Riva e della Soprintendenza e mi interessava conoscere chi avrebbe poi seguito la sorte del complesso, viste le questioni ancora in campo, anche per il fatto che non era stata rinnovata la “Commissione Pedrocchi” che aveva visto, oltre alle figure istituzionali, anche la presenza dell’avvocato Giuseppe Toffanin e dei professori Lionello Puppi e Renato Cevese. La mia lettera aveva preso a pretesto un singolo episodio allo scopo di richiamare la questione e nel contempo, con l’esempio della creazione della piazza, ribadire la straordinaria importanza del lascito».

La città non è stata all’altezza del lascito di Cappellato Pedrocchi?

«Direi proprio di no, ma più che alla città mi riferirei alle amministrazioni che si sono succedute nel tempo, sia nel campo della gestione che in quello degli interventi sull’immobile, come le trasformazioni devastanti del primo Dopoguerra».

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Il declino è quindi iniziato tempo fa: qual è stato, secondo lei, il punto di non ritorno?

«Le modifiche devastanti si riferiscono al progetto di Angelo Pisani: la trasformazione in porte di quattro finestre affacciate su via VIII Febbraio, una nuova pavimentazione della sala Rossa e la Galleria, la copertura in vetro-cemento del vicolo, il tutto poi ripristinato dalla Soprintendenza negli anni Novanta, in parallelo al progetto di Umberto Riva. Non individuo però un punto di non ritorno, salvo non considerare che sia l’operazione di permuta del 1924, quando, nell’ambito dell’allargamento di via Oberdan, sono stati ceduti alcuni spazi della corte interna in cambio dell’area che ha poi consentito il raddoppio del Pedrocchino, nel senso che non è più l’immobile descritto dall’ingegner Salvadori».

Guardando alla situazione attuale, ha qualcosa da proporre in merito?

«Per frenare la sciatteria in atto, andrebbe intanto semplicemente rispettato il Protocollo d’intesa sottoscritto nel 2017 dalla Soprintendenza e dal Comune».

Che ruolo potrebbe avere oggi una eventuale commissione Pedrocchi?

«Non dovrebbe tanto discostarsi da quella “storica”, andrebbero però ben definiti i suoi compiti, non ho al momento da proporre ricette, dovrebbe comunque distinguersi sul piano culturale e di salvaguardia».

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Un figurante durante un evento al Pedrocchi

È stato coinvolto recentemente come consulente per la situazione interna del Caffè.

«L’ultimo mio interessamento risale al giugno 2018, ero stato contattato, su indicazione dell’assessore Colasio, dall’attuale gestione per avere qualche indicazione sulla sistemazione dell’arredamento delle sale. Ho segnalato le presenze improprie e ho insistito in particolare sulla necessità di liberare l’infilata delle tre sale, punto di forza del progetto jappelliano, di salvaguardare la visione centrale del bancone nella sala Rossa (che va percepito dalle tre porte d’ingresso), di eliminare il pianoforte, del tutto estraneo all’ambiente storico, e di non coprire con tovaglie fino a terra i tavolini originali. Qualche mese dopo, non era cambiato nulla».

Dopo tanti anni di studio e di battaglie, perché per lei vale ancora la pena parlare del Pedrocchi?

«Oltre agli interessi di ricerca mi lega al Pedrocchi un fatto personale: da studente, nei primi Sessanta, al tempo dell’impeccabile gestione di Bepi Piccoli, ci si trovava in sala Verde per decidere se passare la serata al cinema (la scelta nelle vicinanze era molteplice: Quirinetta, Supercinema, Eden e Garibaldi) o nelle osterie che non mancavano. Mi interessa ancora conoscere la sorte dello Stabilimento, rimane da rivedere l’intero disegno del complesso che, al di là di una corretta gestione, secondo me non è risolto come merita».

Qualcosa si è già mosso per fermare quella che lei definisce sciatteria, ma, guardando al futuro, cosa direbbe alle istituzioni?

«Rimanderei a come avevo chiuso allora la mia lettera: parliamone. E finalmente sta succedendo…». —

 

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