Ecco i “Rubabili”, lo street artist Sambuco nasconde quadri in città e premia chi li ruba: parte la caccia
Il progetto del trentenne di Mestre è nato dopo che alcune sue opere di strada erano state portate via: «Se vi fotografate mentre li prendete vi do il certificato»

Un furto che diventa un atto artistico. L’arte di strada diventa l’occasione per un nuovo progetto, quello dei “Rubabili”. Lo racconta sui social, Sambuco, nome d’arte di uno street artist di Mestre, classe 1992, che si era fatto notare per il progetto “Urban gallery”, nato dopo che nel 2024 il museo veneziano M9 aveva ospitato la mostra di Banksy, aprendo i muri attorno al museo, anche agli interventi di tanti artisti veneti, tra cui proprio Sambuco.
L’artista aveva posizionato nei mesi successivi una serie di opere: «Il senso era quello di rendere fruibile l’arte a tutti, senza dover pagare un biglietto», spiega egli stesso con una serie di video che raccontano il suo progetto. Ma gli spettatori la fruibilità, evidentemente, l’hanno presa alla lettera.
«Vi faccio vedere cosa è rimasto: niente. Sono rimaste solo le targhette. I quadri li hanno rubati tutti. E quindi mi è venuta l’idea. Faccio i “Rubabili”. Una volta al mese nascondo miei quadri nelle vostre città. Se mi mandate le foto mentre li rubate, io vi mando il certificato di autenticità delle opere».

Una azione, semplice, ma che rovescia il concetto di furto. Se ti auto-denunci all’artista, segnalando l’azione di effrazione del quadro, che devi fare la fatica di cercare in città, allora il premio è un certificato che rende l’opera non un semplice lavoro anonimo, ma un quadro che ha un valore, perché un certificato di autenticità, quando si tratta di opere d’arte, è fondamentale.
Una idea che non è una novità assoluta. A Padova Kenny Random aveva già organizzato negli anni scorsi una appassionante caccia al tesoro alle sue opere, che sono andate bruciate in pochi minuti dopo che svelava alcuni indizi sui social.
Anche Sambuco si sposta. A Padova ha lasciato la sua prima opera dei “Rubabili” grazie alla collaborazione con Roberto Dominelli. Perché, spiega l’artista, «l’arte non si compra ma si merita. E i “Rubabili” sono atti di riappropriazione urbana nati per vivere e morire fuori dalle teche di vetro e dai circuiti ufficiali».
Il quadro di Sambuco si trova seguendo gli indizi che l’artista lascia nei video sui social. Come un moderno Pollicino, il ladro, cioè noi tutti, si deve ingegnare a seguire, capire dove guardare, scovare l’opera. E poi autodenunciarsi. Ovviamente, non pubblicamente.
Lo deve fare con un messaggio diretto all’artista con tanto di foto a corredo della ammissione di “colpevolezza”. I “Rubabili” sono opere nate da stencil su tela con tre matrici differenti. Finora di opere Sambuco ne ha lasciate al Rivolta di Marghera durante la fiera dei dischi Vinyl. Poi è stato a Vicenza, a Bologna ma è approdato in missione, con il sottofondo del “Grande Lebosky” a Treviso, su richiesta dei suoi estimatori. Un passaggio anche a Parma, dove ha partecipato ad una mostra, con il “Delitto d’onore 3” e la rosa fresca affissa ad un muro.
Messaggio chiarissimo contro la violenza di genere. «Finora tutti i Rubabili sono stati rubati», ha raccontato l’artista, in un dialogo surreale con il suo gatto. «Ma tanti mi hanno scritto dicendomi che non avevano capito che potevano rubarlo. Certo che possono. Anzi, dovete rubarli», racconta.

Il grande gioco dell’arte è servito. La street art oramai è diventava arte a tutti gli effetti. Sambuco ci gioca e nel frattempo il mondo della street art trova sempre più le porte aperte nelle città, con una dignità artistica finalmente riconosciuta.
La Biennale di Padova, il festival di Caorle, i tanti progetti che si portano avanti anche a Mestre, spesso non sufficientemente valorizzati. Un esempio? Il muro dei “ciclisti” di Lucio Schiavon realizzato in via Ca’ Marcello a Mestre, con il benestare del Comune, durante la realizzazione di un tratto di ciclabile. E tanti la invocano: per esempio per abbellire il sottopasso ciclopedonale tra Mestre e Marghera, trasformandolo in galleria d’arte. Contro il degrado dello spaccio e consumo di droga.
Proprio l’altro ieri, a Mestre, l’artista della prima generazione di writers, il padovano Joys, ha iniziato a dipingere con gli studenti dell’Accademia di belle arti di Venezia il muro di cinta di via Torino, a fianco della torre Hybrid, che circonda “Oasi”, residenza universitaria dell’Esu per 30 studenti universitari, ospitata in due palazzine Ater che sono la casa anche di agenti della Questura. Il paradosso è servito: le “guardie” che un tempo inseguivano i writers che lasciavano le loro produzioni illegali sui muri delle città, oggi sono tra i beneficiari dell’effetto positivo della bellezza offerta dalla street art.
Viene da sorridere. Del resto una città bella, colorata, è anche una città più sicura, accogliente, inclusiva. E gli artisti lo sanno.
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