Dall’intercultura al bullismo, scuole in affanno: una su due chiede aiuto
La ricerca dell’Università di Padova su 16 istituti tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia: servono figure stabili per affrontare disagio, disabilità e integrazione. La proposta: psicologi e pedagogisti presenti tutto l’anno.

Insegnanti, presidi e studenti sull’orlo di una crisi di nervi, metà delle scuole chiedono un supporto per stare bene fra culture diverse e disabilità. E arginando il bullismo. È uno dei dati che emergono da una ricerca commissionata da Fondazione Fenice e condotta dal dipartimento Fisppa dell’Università di Padova, sotto la direzione di Luca Agostinetto e Lisa Bugno.
Il questionario e un’intervista strutturata a dirigenti e staff hanno coinvolto sedici scuole di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, ingaggiando circa 15.000 studenti e 1.800 insegnanti.
Dietro un mosaico di bisogni ce n’è uno solo, più profondo: passare dalla frammentazione alla stabilità, dai progetti alla presenza di una squadra educativa.
Il mosaico dei numeri
Dall’analisi aggregata emergono priorità ricorrenti. In cima c’è l’intercultura, citata dal 57,1% delle scuole, seguita dal bullismo al 50%. Inclusione e disabilità, italiano e coinvolgimento delle famiglie arrivano al 42,9%.
Più sotto il benessere socio-emotivo e le nuove tecnologie, entrambi al 35,7%, poi didattica innovativa e formazione dei docenti, al 28,6%.
Il tema rovente è quello della composizione delle classi: il background migratorio varia tra il 10 e il 30%, e questo rende l’intercultura una priorità. Per l’italiano seconda lingua si chiede un operatore fisso, perché «solo la presenza continuativa garantisce progressi significativi». Per la disabilità servono figure stabili di raccordo tra docenti curricolari e di sostegno, per arginare il turnover.
Sul benessere si chiede il passaggio dalla sanzione all’educazione affettiva, con pratiche riparative e monitoraggio del clima di classe; un dirigente parla di «crescente disagio socio-emotivo», altri di un supporto psicologico regolare, magari due volte a settimana. Sul digitale i docenti si dicono saturi di formazione teorica e chiedono laboratori pratici e affiancamento in classe.
Il vero ostacolo
Ed è qui che le voci convergono: il vero ostacolo è la discontinuità. Il ricambio annuale degli insegnanti di sostegno, i progetti a termine, il know-how che si perde e costringe a ricominciare da capo ogni anno.
Anche la continuità verticale pesa: le scuole vogliono percorsi che colleghino infanzia, primaria e secondaria, per accompagnare lo studente senza rotture nei passaggi critici. Il dato che lo certifica è uno: il 49, 9% delle scuole chiede esplicitamente un supporto esterno strutturato e continuativo, soprattutto su bullismo, benessere, inclusione e disabilità.
Dal progetto alla presenza
Nasce da qui la proposta di Fondazione Fenice: un’equipe multidisciplinare che passi dal «progetto» alla «presenza».
Il nucleo stabile è formato da uno psicologo e da un pedagogista, riferimenti fissi per l’istituto, affiancati da satelliti attivabili a seconda delle urgenze: educatore, mediatore culturale, esperti Steam e green.
Il modello si regge su tre gambe: un calendario di presenza programmato, con osservazione in classe e riunioni; un canale di consulenza per i casi complessi; un monitoraggio per misurare il cambiamento nel clima di classe.
A beneficiarne sarebbero gli studenti, con uno sportello di ascolto, i docenti, con consulenza diretta, e le famiglie, con un supporto alla genitorialità. In sintesi: un partner stabile, che resta e conosce le storie dei ragazzi.
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