Tracce, il podcast sul terremoto in Friuli: «L’ascolto è l’unica cura per le ferite del sisma»

Il progetto del Messaggero Veneto e Nord Est Multimedia, scritto e narrato da Giuseppe Parisi, con la collaborazione di CrediFriuli. Quattro episodi per dare spazio alle voci di chi c’era e di chi ha ereditato il ricordo dell’Orcolat: disponibile qui e su tutte le piattaforme di podcast

Daniela Larocca

“Mario, Mario”. C’è la voce di una donna che nessuno ha mai, veramente, sentito. Non è il boato del terremoto, non il crollo delle stoviglie, è la voce di una madre, strozzata dalla paura. Sono due sillabe gridate nel buio di una casa che trema, in un Friuli che in cinquantanove secondi smette di essere quello di prima. Mario è Mario Garlatti, un ragazzo di diciotto anni che la sera del 6 maggio del 1976, quando la terra inizia a tremare, sta trasferendo su cassetta la sua canzone preferita dei Pink Floyd.

Alle 21 circa il braccetto del giradischi inizia a saltare sul vinile, la corrente manca, il registratore cade. Ma nel cadere, fa la cosa più straordinaria che un oggetto possa fare: cristallizzare nel futuro un momento che è passato. Cattura il sisma e cattura quel grido. Se la registrazione di Mario è diventata un documento storico, il "Mario, Mario" è rimasto a lungo un segreto magnetico, privato, intimo. La voce di una madre che strappa il figlio al silenzio.

È da quella voce che comincia Tracce, il podcast del Messaggero Veneto e di Nord Est Multimedia, scritto e narrato da Giuseppe Parisi, autore e voce del podcast, con le animazioni di Maria Virginia Moratti, le musiche originali, l'editing e il montaggio di Francesco Imbriaco, realizzato grazie al supporto di Credifriuli. 

Tracce - Le voci che restano del terremoto in Friuli

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Quello che si eredita senza averlo vissuto

C'è qualcosa di difficile da spiegare nel modo in cui il terremoto del Friuli continua a stare dentro le persone che non c'erano. I figli, i nipoti, chi nel 1976 non era ancora nato o troppo piccolo per ricordare. Eppure molti conoscono quella sera nei dettagli: il caldo, la luce, le stoviglie sulle mensole. Non lo ricordano: ci sono cresciuti dentro, attraverso i racconti. Come se cinquant’anni non fossero bastati a fermare quello che è successo in pochi secondi.

Tracce trasforma la memoria collettiva in brivido fisico: chi non era ancora al mondo può sentire il terremoto non con la testa, ma con il corpo. Come il freddo delle tendopoli o il caldo che arriva fuori dalla finestra, in un maggio afoso di 50 anni fa.

Voci che restituiscono identità

 

Per raccogliere tutto ciò Giuseppe Parisi ha scavato per mesi tra i racconti di chi c’era, cercando “contatti che chiamavano altri contatti” in un meccanismo di comunità che era già, di per sé, una traccia. «La parola compostezza è la chiave di questa raccolta poiché il dolore c’era, ma la voce ti restituiva la fermezza di un popolo che sta ancora processando quella traccia. Lo diceva anche Rodari – ricorda Parisi - Il giorno dopo nessuno piangeva».

Da qui la scelta di raccontare il terremoto con un altro mezzo: non solo foto, non solo video. Ma audio e animazione. In questo progetto, a partire da materiali sonori e testimonianze raccolte, l’animazione sviluppa una traduzione visiva del racconto: «Si costruisce come un flusso continuo: una linea che scorre, si deforma e perde stabilità. In questo movimento, tra rottura e trasformazione, il segno resta come traccia», ha spiegato Maria Virginia Moratti.

Una musica che non copre, accompagna

Ma, come anticipato, Tracce è un lavoro collettivo. A prenderne parte Francesco Imbriaco che ha composto le musiche, l’editing e il montaggio. Il suono, appunto, curato per sottrazione, evitando che la drammaticità diventasse caricatura: «Tutto era talmente puro, quasi sacro, che con la musica ho cercato di essere elegante, per non coprire le voci. Volevo accompagnare, non sovrapporre. Il suono della scossa racconta, di per sé, la vita e la morte».

La difficoltà era capire fin dove spingersi. «La prima traccia dava l'idea del tremore e del dramma. A volte però era troppo. Volevo qualcosa di semplice, sobrio. Quello che ho percepito ascoltando quelle voci è che tutto era familiare, quasi sacro. Con la musica ho cercato di essere elegante, per non coprire le voci. Volevo accompagnare, non sovrapporre». E Tracce sta lì: nelle voci.

Il Modello Friuli sono state le persone

In questo racconto affiorano i volti di chi c'era: Laura, maestra di Buja, che ricorda una luna immensa sulle macerie, e il professor Roberto Grandinetti; le cronache d'emergenza di Paolo Medeossi e l'epopea dell'Udinese di Zico portata da Antonio Simeoli. È il ritratto di una comunità che si gestisce dal basso, dalle 125 mila firme per l'Università alla forza delle Casse Rurali.

Un’eredità raccolta dal presidente di Credifriuli, l’avvocato Stefano Fruttarolo: «Nella ricorrenza di un evento che ha segnato così profondamente la nostra regione, Credifriuli sostiene questa riflessione per mantenere viva la memoria del '76 e di come la popolazione abbia risposto con tenacia. Anche il nostro mondo, quello delle Casse Rurali ed Artigiane, ha contribuito al Modello Friuli di ricostruzione: una filosofia che ancora ci appartiene e sulla quale il territorio potrà sempre contare».

Il terremoto non appartiene solo a chi l'ha vissuto. Vive ancora negli album delle foto, per chi ha potuto salvarle dai crolli. Nei racconti dei nonni, nel brivido di freddo di chi ha vissuto nelle tendopoli e nel caldo ricordo affettuoso di chi ha potuto aiutare le famiglie. Il terremoto vive nel suono di un vinile graffiato, di una madre che grida nel buio. A cui dobbiamo dire grazie perché quel "Mario, Mario" ora è di tutti. Perché le ferite del 1976 richiedono ancora, e per sempre, una cosa cura: l’ascolto.

Le voci di Tracce

Un grazie va a chi ha prestato la sua voce e il suo racconto al progetto: Claudio Bearzi, Alessandra Ceschia, Anna Conzatti, Angelo Floramo, Mario Garlatti, Roberto Grandinetti, Mauro Londero, Giada Messetti, Paolo Medeossi, Paolo Mosanghini, Laura Nicoloso, Mattia Pertoldi, Guglielmo Pitzalis, Antonio Simeoli e Ilaria Tuti.

 

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