A Mestre una preghiera sul luogo del delitto di Giacomo Gobbato

Oltre trecento persone si sono riunite la sera di lunedì. Don Fabio Mattiuzzi: «Ci sono situazioni in cui ci sentiamo impotenti»

Marta Artico
Una preghiera sul luogo del delitto (foto Pòrcile)
Una preghiera sul luogo del delitto (foto Pòrcile)

«La morte di Giacomo non può essere vana, ma deve diventare luce di speranza».

Oltre trecento persone si sono raccolte in silenzio e preghiera nel punto esatto in cui Giacomo Gobbato è stato accoltellato a morte venerdì sera, all’altezza del liceo artistico.

A guidare il momento di raccoglimento don Fabio Mattiuzzi, parroco del Sacro Cuore. Moltissimi i parrocchiani, i fedeli, i semplici cittadini e i rappresentati delle associazione civiche della città. E c’erano per l’amministrazione comunale l’assessore Laura Besio e l’assessore Elisabetta Pesce.

«Vi sono situazioni difficili, dolorose, davanti alle quali ci sembra che non vi sia nulla da fare» ha detto il sacerdote «Ci sentiamo impotenti, consegnati a un destino che sembra toglierci ogni possibilità di cambiamento, di libertà, di resistenza. Ci si sente deboli, indifesi, senza energie. Sono facili quegli atteggiamenti passivi che ci vedono quasi paralizzati di fronte alla difficoltà: sconfitti, inerti, consegnati alla situazione come ad un destino ineluttabile. Lo scopo di questa preghiera non è quello di gettarci nel terrore o di convincerci con la paura».

E ancora: «La fede ci conduce ad affrontare la morte per scoprire il senso, la forza della vita. Non per un insopprimibile bisogno di sperare, in qualsiasi cosa e in qualunque modo. La speranza cristiana non è generica: ha un nome e un volto. È questo non girarsi dall’altra parte, che ci fa riconquistare spazi di vita, la nostra vita, la nostra Mestre e anche la nostra speranza».

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