Zvyagintsev, 'Minotaur' è il mio delitto senza castigo

Alla Festa di Roma il regista, nel film la brutalità Russia d'oggi

(di Francesco Gallo) (ANSA) - ROMA, 20 OTT - "Questo mio film è molto lontano da un dramma della gelosia qualsiasi. Un po' come fa Dostoevskij che parte spesso nei suoi romanzi da una tragedia, da un fatto violento per arrivare a raccontare le persone, le cose e gli uomini, 'Minotaur' ricorda un po' 'Delitto e castigo', ma si potrebbe definire un delitto senza castigo, non a caso è ambientato nella Russia di oggi". Così stamani alla Festa di Roma il regista russo dissidente Andrey Zvyagintsev, regista di 'Minotaur, Il labirinto del potere' che passa oggi alla Festa di Roma a Grand Public (in sala dal 29 ottobre con Bim) e che a Cannes ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria. Siamo in Russia nel 2022 e Gleb (Dmitriy Mazurov), dirigente di un'azienda di logistica e imprenditore di successo, vive con la bellissima moglie Galina (Iris Lebedeva) e il figlio in una splendida casa di una città di provincia. Il suo mondo professionale però è sempre più sotto pressione da quando c'è la guerra in Ucraina che, tra l'altro, impone alla sua azienda sempre più richieste. Infine Gleb scopre il tradimento dell'amata moglie coinvolta in una storia con un fotografo, Anton (Yuriy Zavalnyouk), molto più giovane. Risolverà il problema da uomo ricco e potente quale è in un Paese corrotto e in guerra, mostrata solo da dettagli visivi: manifesti strappati, silenzi e solo in una commovente scena invece più esplicita con dei giovani militari che salutano le loro madri tristi prima di partire per il fronte. Andrey Zvyagintsev ha detto più volte di essersi ispirato per 'Minotaur' a 'The Unfaithful Wife' di Claude Chabrol, trasformandolo però in una parabola sulla Russia contemporanea. Dal punto di vista produttivo, il film nasce in esilio: Zvyagintsev, Leone d'Oro per l'opera prima a Venezia nel 2003 con The Return (Il ritorno), vive oggi in Francia e ha dichiarato di non poter più lavorare liberamente in Russia. "Sono nato in un Paese dove non c'è vera politica, non ci sono vere elezioni né libertà di parola, dovete considerare questo handicap e poi non sono un politologo" dice il regista messo alle strette con domande politiche. Sul destino di Putin (che lui non chiama mai per nome, ma solo Presidente) dice: "Dovete capire che le elezioni in Russia non esistono certo nella forma in cui ci sono in Europa e Stati Uniti. Io ne sono il primo testimone, non ho mai votato in vita mia. I politici in Russia - sottolinea - non sono eletti sono 'nominati' e noi intellettuali non abbiamo possibilità di influire in nessun modo". E infine rivela: "É vero a Cannes ricevendo il premio (il Grand Prix Speciale della Giuria) mi sono sentito in dovere di dire qualcosa e rivolgendomi al Presidente l'ho invitato a mettere fine alla guerra con l'Ucraina. La risposta l'ho avuta poco dopo da Dmitry Peskov (portavoce di Putin) in persona il quale mi ha ha detto che io non avevo voce in capitolo e non dovevo osare parlare. Insomma io non avevo voce proprio come i tanti milioni di cittadini russi". (ANSA).

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