Quando la guerra di religione diventa un coltello

(ANSA) - ROMA, 14 OTT - 'Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie' del premio Oscar Alex Gibney, in corsa alla Festa di Roma per i documentari racconta puntualmente, grazie alla testimonianza dello scrittore di origine indiana e ai filmati girati dalla moglie, una storia di riabilitazione fisica ed esistenziale dopo l'attentato del quale è stato vittima il 12 agosto 2022 a Chautauqua (New York) nel quale Rushdie ha rischiato di morire e che gli ha causato la perdita della vista da un occhio e l'uso della mano sinistra. Il docu, nato in contemporanea all'omonimo memoriale di Rushdie, 'Coltello: Meditazioni dopo un tentato assassinio' (Mondadori, 2024), ripercorre le fasi dell'attentato compiuto quattro anni fa dall'allora 24enne Hadi Matar, californiano di origine libanese, che durante una conferenza dello scrittore è saltato sul palco e lo ha accoltellato più volte al volto, a un braccio e all'addome. Una scena molto cruda che viene riproposta più volte e sempre con più particolari. Ma nel film a prevalere, oltre alle straordinarie immagini inedite girate dalla moglie della scrittore, la fotografa e poetessa Rachel Eliza Griffiths, è il racconto in prima persona del recupero fisico ed emotivo dello scrittore, pieno di considerazioni filosofiche e molto umane. Rushdie si interroga su tutto: sul suo attentatore che vorrebbe tanto incontrare, sulla meraviglia del corpo umano e sulla sua capacità di recupero e, infine, anche sulla natura del coltello che l'ha colpito e sul suo essere un'arma 'intima' che richiede contatto, vicinanza. Dice a un certo punto l'autore de I figli della mezzanotte: "Sono stato attaccato, ho avuto la sensazione di sperimentare prima il peggio dell'umanità, incarnato dal mio aggressore, ma poi forse anche il meglio, perché le prime persone a salvarmi la vita sono venute dal pubblico. Alcuni spettatori si sono precipitati sul palco e gli si sono buttati addosso, impedendogli di continuare il suo 'lavoro', perché lui non si sarebbe fermato e poi - conclude - mi hanno dato un primo fondamentale soccorso". Per i critici tanti gli elogi per questo documentario che si distingue soprattutto per l'eccezionalità delle immagini girate dalla moglie, per la grande capacità di Rushdie di affrontare il trauma con molta ironia e lucidità e, infine, per il valore dei suoi molti discorsi sull'importanza della libertà di parola. Tra le poche cose negative: la scarsa distanza critica del regista dal protagonista insomma un docu prevalentemente dal punto di vista di Rushdie. (ANSA).
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