Kokuho, l'estetica del Giappone tra kabuki e yakuza

Il regista, è vero ci sono collegamenti tra questi due mondi

(di Francesco Gallo) (ANSA) - ROMA, 28 APR - È proprio vero: a volte si apprezza di più una cultura che non è la tua originaria. È il caso del regista Lee Sang-Il uno 'zainichi', ovvero un coreano naturalizzato giapponese da tre generazioni, che a un certo punto affronta un film come 'Kokuho - Il maestro di kabuki', già alla Quinzaine di Cannes 2025 e dal 30 aprile in sala con Tucker Film. Tratto dal romanzo omonimo di Yoshida Shūichi, il film non solo tratta di kabuki, forma teatrale tra dramma, musica e danza all'interno di una forma rigida e inalienabile, ma utilizza anche come protagonista il figlio di un boss della yakuza, organizzazione criminale dove, come nel kabuki, tutto è scandito in forme altrettanto inalienabili. "Sicuramente la violenza della yakuza è molto lontana dal mondo dell'arte del kabuki - dice il regista oggi a Roma -, ma effettivamente il forte legame che si crea tra padre e figlio è lo stesso. E poi in questi due mondi vale il rispetto delle regole e non si accetta qualcuno che venga dall'esterno: sono entrambi ambienti molto chiusi". Ecco la storia di questo film pieno di poesia e grazia tanto da annichilire anche la sua durata di circa tre ore: Nagasaki, 1964 - Il giovane Kikuo (Soya Kurokawa/Ryo Yoshizawa), figlio di un boss della yakuza, si fa notare durante un banchetto esibendosi in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti l'attore kabuki Hanjiro Hanai (Ken Watanabe) riconosce immediatamente il talento del quattordicenne. Dopo la morte violenta del padre di Kikuo, Hanjiro accoglie il ragazzo e si trasferisce con lui a Osaka. Lì, Kikuo cresce insieme al figlio di Hanjiro, Shunsuke (Keitatsu Koshiyama/Ryusei Yokohama). Nonostante le loro diverse origini, i due ragazzi stringono una forte amicizia, mentre vengono formati da Hanjiro. Solo uno di loro però diventerà il più grande maestro di kabuki della sua epoca dopo aver attraversato la più incredibile delle epopee. "Circa quindici anni fa, mi è venuta l'idea di realizzare un film sugli onnagata (attori maschi che interpretano personaggi femminili) nelle rappresentazioni kabuki. Ho fatto molte ricerche, ma per me era ancora più essenziale raccontare il legame profondo tra Kikuo e Shunsuke. I due sono come yin e yang e quando salgono sul palcoscenico le loro anime sembrano fondersi. Con questo in mente, durante lo sviluppo della sceneggiatura, ho estratto con cura scene che rappresentassero simbolicamente gli alti e bassi della vita di questi due uomini, che, progressivamente, finiscono per diventare una cosa sola. Gli onnagata hanno una qualità senza tempo - continua il regista -, sono una rappresentazione androgina dell'altro. Sono atipici, unici nel loro genere. Sono sensuali in modo sofisticato e la loro sensualità colpisce in modo inaspettato". "Il kabuki - spiega infine Lee Sang-il - è un simbolo di inestimabile valore culturale ed è governato dal principio della discendenza: l'arte viene tramandata dai padri ai figli, e poi ai nipoti, per continuare a garantirle il rango di 'tesoro nazionale'. Questo, per gli eredi, rappresenta un privilegio ma anche una maledizione: devono dimostrare costantemente il loro talento e la loro passione. Sono messi costantemente a confronto e devono superare il talento di chi li ha preceduti. In questo ecosistema chiuso e ristretto, gli attori salgono sul palco con un destino predeterminato. E, una volta sul palco, vi rimangono fino all'ultimo respiro…". (ANSA).

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia