Frustrazione e disagio dietro la crescita delle baby gang

Giannini (Sapienza): fenomeno allarmante. Urgente trovare gli strumenti per gestirlo

(di Enrica Battifoglia) (ANSA) - ROMA, 12 APR - Frustrazione, disagio, difficoltà a gestire le emozioni, una percezione della realtà confusa e falsata dai modelli proposti dai social media e da quelli di una società aggressiva e sconvolta dalle guerre: c'è una "miscela esplosiva" che è urgente capire, dietro il fenomeno sempre più diffuso delle baby gang, un termine usato ormai in modo molto ampio e che accomuna gruppi che vanno da età giovanissime fino a giovani adulti: così la psicologa Anna Maria Giannini, della Sapienza Università di Roma, commenta l'aggressione, a Massa (Massa Carrara), di due uomini che invitavano un gruppo di giovani a smettere di lanciare bottiglie e bicchieri contro una vetrina. Nell'aggressione da parte del gruppo, uno dei due uomini è finito a terra, battendo la testa, è morto davanti al figlio di 11 anni; l'altro è ricoverato con fatture. "Le baby gang sono vere e proprie organizzazioni in gruppo di adolescenti che praticano violenza. Il fenomeno è in crescita sostanziale e sta diventando allarmante", osserva l'esperta. L'organizzazione in gruppi violenti "denota un'assoluta incapacità a gestire le emozioni e i problemi generali legati a quella fascia di età", con il risultato che il disagio si "traduce in azioni violente, illusoriamente percepite come azioni di coraggio. E' come se il percorso di crescita degli adolescenti sia ornai connotato da un disagio che porta a costruirsi un'identità basata sulla violenza, al punto che chiunque si frapponga deve essere eliminato". Naturalmente, prosegue Giannini, "non dobbiamo pensare che tutti gli adolescenti siano così, ma i dati indicano che le baby gang sono in aumento e che nel fenomeno sono coinvolte trasversalmente tutte le fasce sociali". Nei pre-adolescenti e negli adolescenti c'è una diffusa "incapacità di costruire la prioria identità bilanciando la frustrazione con la costruzione di strategie per affrontarla: le frustrazioni sembrano intollerate e intollerabili e - prosegue la psicologa - quando i giovani si trovano in gruppo, la situazione diventa esplosiva", soprattutto quando si aggiungono il consumo di alcol e sostanze. Inoltre, "l'esposizione prolungata e non monitorata ai social genera confusione tra quello che accade nella rete e il mondo reale" e spesso questo "rende difficile essere empatici": si fatica a capire che altri soffrono per azioni che, subite in prima persona, farebbero soffrire. "Il caso del bambino che vede morire suo padre è un esempio di incapacità di attivare l'empatia", dice Giannini. "Il termometro empatico crolla davanti a un contesto sociale intriso di conflittualità e tensioni sociali, dalle guerre a dibattiti in cui sembra apparire come vincente chi prevarica e sembra più aggressivo, tensioni sociali, mentre i social propongono un mondo illusorio fatto di modelli vincenti e abbienti". (ANSA).

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