Vetraio

Daniele Dei Rossi aveva dieci anni quando ha iniziato ad andare a lavorare in fornace a Murano. Lui era nato a Burano e all’epoca, l’Italia si stava rialzando dal disastro della Seconda Guerra Mondiale, l’isola offriva poche scelte a chi non amava andare a scuola: la pesca o le fornaci di Murano. Lui scelse il vetro. Del resto l’arte di lavorare questa materia conserva qualche cosa di magico a partire dalle ricette degli elementi usati nella fusione, che ogni maestro custodisce con tanta parsimonia. Fuoco, colore materia incandescente che prende forme trasparenti non possono non affascinare. Soprattutto quando si è giovani. Così Daniele ha iniziato dai piccoli lavori di pulizia al servire i maestri andando per loro a prendere da bere. Un rituale due volte al giorno. Ma Daniele è sveglio guarda, ruba con gli occhi e impara velocemente. Diventa aiutante e dai vari maestri impara sempre qualche cosa. A 26 anni, la consacrazione quando il maestro gli consegna lo “scagno”. Il simbolo del fatto che anche lui è diventato e viene riconosciuto maestro vetraio. Lavora in varie vetrerie: Formia, Signoretti, Sacca Serenella, Colonna, Estevan e Rossetto. Negli anni si cimenta in varie produzioni, dai bicchieri da esposizione a quelli da bere, da piccole statue a tutto quello che raffigura l’immagine di Venezia nel mondo: dalle gondole, ai cavalli di San Marco, dai vasi alle maschere. Al lavoro affianca la passione per la pesca e la laguna che lo occupa nel tempo libero. Pesca dalla barca con la “togna”, cioè la lenza arrotolata su di un pezzo di legno o di sughero. Poi, quando usciva di notte, utilizzava la fiaccola di canne, la "fàja”, da cui deriva il nome della tecnica di pesca chiamata “fajaroto” per la quale si utilizza la fiocina. E nell’acqua della laguna ritrovava le trasparenze del suo vetro. —



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