Un sindaco di Venezia in grado di rivitalizzare l’area metropolitana
Il paradosso delle migliaia di persone che vivono in provincia e lavorano in città. Comunità invisibile dal punto di vista istituzionale che ha bisogno di risposte

Alle elezioni del prossimo maggio Venezia ha più bisogno di eleggere il sindaco metropolitano, il presidente della Città metropolitana di Venezia, che il sindaco del capoluogo. Per eliminare un paradosso e, soprattutto, per gestire la radice della “rivitalizzazione” veneziana.
C’è un paradosso al cuore ella vita quotidiana veneziana che nessuna amministrazione, finora, ha avuto il coraggio di affrontare davvero. Migliaia di persone vivono a Spinea, Mirano, Martellago o Mira, ma lavorano ogni giorno a Mestre, Marghera o nel centro storico di Venezia — e viceversa.
Più di 600 mila residenti che si muovono in un’area vivace che registra più di 900 mila presenze giornaliere. Sono cittadini che di giorno si rivolgono a un Comune per i problemi legati al lavoro e alla mobilità, e di notte a un altro per la residenza, la scuola dei figli, i servizi sociali.
Una comunità reale, coesa nei fatti, che però resta invisibile dal punto di vista istituzionale: spezzata da confini comunali che non corrispondono più alla geografia effettiva della sua vita urbana. Eppure, lo strumento per superare questa frammentazione esiste già.
Venezia è una delle quattordici città italiane a cui la legge riconosce il privilegio di fregiarsi dello status di Città metropolitana, un ente di area vasta presieduto dallo stesso sindaco del capoluogo. Le sue competenze non sono affatto marginali: pianificazione strategica, governo del territorio e delle infrastrutture, coordinamento dei servizi pubblici, mobilità integrata, promozione dello sviluppo economico, digitalizzazione.
Sulla carta, un arsenale formidabile per dare forma e direzione a un’area urbana che si estende ben oltre i confini del comune lagunare. Il problema è che di questo arsenale si è fatto pochissimo uso. E le ragioni appaiono più come alibi che come ostacoli insormontabili.
Sì, la perimetrazione della Città metropolitana è in parte obsoleta: comprende i comuni del portogruarese che hanno poco a che fare con la dinamica urbana veneziana, mentre esclude realtà come Mogliano Veneto o Trebaseleghe, oggi assegnate rispettivamente alle province di Treviso e Padova, ma pienamente integrate nel tessuto economico metropolitano.
Sì, la Regione Veneto ha ostinatamente mostrato scarsa lungimiranza nel riconoscere il valore strategico dell’ente. Ma nulla di tutto questo giustifica l’inerzia. Tanto più perché è solo alla dimensione metropolitana che i grandi nodi dello sviluppo veneziano possono trovare soluzione. A partire dalle misure “probiotiche” a sostegno delle attività alternative (o complementari) al turismo ricondotto da minaccia a risorsa dalla misura “antibiotica” della fissazione di una sua capacità massima di carico giornaliero in Centro storico.
Centro storico che, ricondotto il turismo ad un livello sostenibile, può ritrovare altre funzioni produttive: ricerca, università, attività artistiche e culturali, ma anche servizi direzionali avanzati di rango metropolitano. Almeno una parte di quelli che ha perso a cavallo della fine dello scorso secolo in un “esodo di funzioni produttive” non notato perché offuscato da quello dei residenti.
Ma questo può accadere soltanto se Venezia insulare ritorna a vivere in armonica integrazione con la terraferma, non in contrapposizione. Se Mestre, dal canto suo, che possiede una centralità geografica nel cuore del Veneto sfrutta la sua posizione di perno naturale di una rete di servizi e di infrastrutture di rango regionale.
E Porto Marghera? Il suo potenziale come hub energetico, polo della nuova manifattura ibrida avanzata e nodo logistico al servizio dell’intero Nord-est resta in larga parte inespresso, ostaggio di una visione municipale troppo angusta. La vera sfida, dunque, non è tecnica ma politica e culturale.
La prima rivoluzione è por mano al Pums (Il piano della mobilità sostenibile della città mtropolitana) che non può limitarsi a riconoscere il problema dell’accessibilità lagunare come “evidente singolarità”, senza proporsi obiettivi quantificati di riduzione del tempo di attraversamento della laguna e senza contemplare le necessarie infrastrutture trasformative di tipo sub-lagunare.
La radice della “rivitalizzazione” di Venezia tutta –-quella lagunare, quella di terraferma, quella della cintura funzionale-– sta qui, nel superare la storica cesura tra laguna e terraferma. la frattura che non è solo fisica ma anche psicologica e identitaria, e pensare finalmente il territorio veneziano come un solo grande organismo unitario.
La Città metropolitana offre l’«infrastruttura giuridica» per farlo. Anzi, potrebbe diventare il modello per un’operazione ancora più ambiziosa: l’integrazione delle aree urbane funzionali di Padova, Treviso e Venezia in un unico sistema metropolitano del Veneto centrale, capace di competere con le grandi aree urbane europee.
È un orizzonte che richiede visione e coraggio. E soprattutto richiede che chi governa Venezia smetta di considerare la carica di Sindaco metropolitano solo come un titolo accessorio.
Il prossimo sindaco dovrà sentirsi, prima di tutto, sindaco metropolitano. Dovrà usare le leve della pianificazione strategica, della mobilità integrata, della promozione economica coordinata per dare alla comunità veneziana — quella reale, quella che ogni mattina attraversa confini comunali senza neppure accorgersene — la rappresentanza e la coesione che merita.
Per il bene di Venezia, del Veneto e dell’intero Nord-est, la Città metropolitana di Venezia deve smettere di essere un’istituzione dormiente e diventare il regista politico amministrativo dello sviluppo del quale Venezia e il Veneto hanno bisogno.
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia









