Il giallo del pestaggio a Mestre, la famiglia alla procura: «Vogliamo l’autopsia»

La richiesta inviata dagli avvocati dei genitori di Rakeb Kashem: «Circostanze del ritrovamento e del decesso non chiare». Il fisico del ragazzo già segnato dall’uso di alcol e sostanze

Francesco Furlan
Due immagini di Rakeb Kashem, il trentenne bengalese morto
Due immagini di Rakeb Kashem, il trentenne bengalese morto

Troppe incertezze, troppe cose che non tornano per un giallo ancora insoluto. Per questo la famiglia di Rakeb Kashem, che si è affidata agli avvocati Augusto Palese e Davide Vianello Viganò, ha deposito alla procura di Venezia un documento in cui chiede che sul corpo del trentenne cameriere bengalese venga disposta l’autopsia con l’obiettivo di «acclarare le cause del decesso».

Il trentenne bengalese è stato trovato verso le 6 di lunedì scorso steso a terra in via Fratelli Bandiera, all’altezza del Rivolta, in condizioni critiche. Soccorso dalla polizia locale - che si sta occupando delle indagini - è stato poi trasportato all’ospedale dell’Angelo di Mestre e da qui trasferito a Padova, dove mercoledì è morto. Un trasferimento dovuto a un aggravarsi delle sue condizioni di salute, soprattutto per problemi al fegato, dovuti all’abuso di alcol e sostanze.

Martedì sera, ai genitori che gli avevano fatto visita in ospedale a Mestre, il trentenne aveva spiegato di essere stato picchiato da 4-5 persone senza però riuscire a fornire ulteriori dettagli. Le sue parole ai genitori: «Spiegherò tutto quando starò meglio». Dopo poche ore però è morto.

Stando agli accertamenti svolti fino a qui le ferite riportate dal trentenne sarebbero compatibili anche con una caduta e, dall’esame dei filmati di alcune telecamere nella zona di via Fratelli Bandiera, non ci sarebbero elementi a sostegno dell’ipotesi che il ragazzo sia stato aggredito da un gruppo di persone. Privo di lucidità, sarebbe caduto a terra da solo. In ogni caso, le cause del decesso non parrebbero riconducibili al pestaggio ma alle sue esili condizioni di salute, per l’abuso di sostanze. Ma proprio per fugare ogni dubbio i familiari hanno deciso di affidarsi agli avvocati per chiedere l’autopsia.

«Perché nostro figlio avrebbe dovuto mentirci, perché ci avrebbe detto di essere stato picchiato se non era vero?». È questo il tarlo dei genitori. La polizia locale si muove con cautela, per non scartare nessuna ipotesi. L’eventuale pestaggio, per esempio, potrebbe essere avvenuto in un posto diverso da dove il trentenne è stato trovato a terra, per esempio in un punto non coperto dalle telecamere. Ogni ipotesi deve essere vagliata. Il fascicolo è affidato al pubblico ministero Laura Cameli che ora, anche sulla base della richiesta pervenuta dalla famiglia, dovrà decidere se eseguire o meno l’esame autoptico.

Le circostanze del decesso, scrivono i legali nella richiesta inviata alla procura, «non risultano in alcun modo chiare e, di più, alla famiglia del defunto non sono state spiegate le precise cause della morte, che di fatto restano ancora ignote».

Inoltre «le circostanze del ritrovamento di Kashem da parte della polizia locale nella mattina del 15 giugno sono anomale e, allo stato, inspiegabili». Che ci faceva il giovane bengalese in via Fratelli Bandiera, lui che abita con la famiglia di fronte all’ex ospedale Umberto I di Meste? Ci sono quesiti ai quali potrebbe rispondere solo la vittima. L’ultimo a vedere il trentenne, domenica notte, era stato il fratello, a piazzale Roma, mentre in compagnia di altre due persone stava prendendo da bere in uno dei chioschi dell’area.

 

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