Moschea a Mestre: lo sciopero resta sospeso, la comunità divisa
Ai cancelli della Fincantieri, operai freddi sull’iniziativa annunciata contro il no del sindaco al luogo di culto. I sindacati: «Ci sono questioni più urgenti da affrontare»

Lo sciopero, per ora, esiste soltanto negli intenti. Ma basta pronunciarlo davanti ai cancelli di Fincantieri di Marghera per vedere che non fa breccia. La comunità bengalese ha minacciato di fermare il lavoro se il Comune non darà il via libera alla nuova moschea di via Giustizia; i sindacati, invece, frenano. E tra gli operai il fronte è tutt’altro che compatto. Proprio ieri, mentre dal cantiere di Marghera scendeva in acqua Oceania Sonata, nave da crociera da 86.000 tonnellate, fuori dai cancelli galleggiava un’altra questione: culto, politica, lavoro. Tre piani che rischiano di finire nello stesso bacino.
La minaccia è arrivata da Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’Umanità: senza l’autorizzazione al nuovo centro islamico, la comunità è pronta a manifestare e a scioperare, fino a fermare – nelle sue parole – Fincantieri e pezzi del turismo veneziano. Il progetto riguarda l’ex segheria di via Giustizia a Mestre, acquistata dalla comunità musulmana, ma per trasformarla in luogo di culto serve un passaggio urbanistico.
Il sindaco Simone Venturini ha detto che oggi «non ci sono le condizioni» e che servono ulteriori passi sul terreno dell’integrazione. I promotori replicano che il percorso va avanti da anni e che il Comune, durante la precedente amministrazione, aveva contribuito a individuare quell’area.
Lo scontro politico, però, appena entra in fabbrica cambia tono. «Sarebbe più divisivo che altro, visto che a Fincantieri e in molte attività del settore turistico non tutti sarebbero disposti a scioperare per questo motivo», osserva Michele Zanocco, segretario generale della Cisl Venezia. «È inoltre la prima volta che si minaccia una giornata di stop per motivi non strettamente lavorativi, ma piuttosto culturali e religiosi. Adesso la questione va discussa sul piano politico, prima che le posizioni si polarizzino troppo».
I lavoratori
Il cambio turno di giovedì 27 agosto racconta bene la distanza tra il proclama e il piazzale. Molti sguardi bassi, pochi disposti a fermarsi. Era anche una giornata particolare: il varo di Oceania Sonata, lavoro duro e festa insieme. A Marghera entrano ogni giorno circa 6.000 persone tra diretti e indotto, con una componente bengalese numerosa. Ma numerosa non significa uniforme.
Salim, marocchino, scuote la testa: «Ci sono già molte moschee a Mestre e Marghera, non capisco perché dovrebbe essere così importante costruirne una nuova. Nel momento in cui abbiamo i nostri spazi per pregare, ci sentiamo già abbastanza integrati». Fakir è bengalese e la moschea la vorrebbe. Ma pone una condizione: «Ci farebbe piacere, ma non se diventa motivo di litigio. Vogliamo un nostro spazio, ma solo se ci sentiamo accolti nel farlo».
Poi c’è chi, alla parola sciopero, strabuzza gli occhi: una moschea sarebbe bella, dice, ma non abbastanza da perdere una giornata di lavoro. E chi si rifugia nella formula più italiana di tutte: «Non dico nulla, saranno i sindacati a parlare per noi».
I sindacati
Solo che i sindacati, per ora, non parlano di sciopero. Parlano semmai di distanza. «La libertà di culto è sacrosanta, ma ci sono temi molto più urgenti di cui dover parlare», dice Daniele Giordano, segretario generale della Cgil Venezia. Sicurezza sul lavoro e retribuzione degli straordinari, sostiene, sarebbero materie ben più naturali per una mobilitazione. E pone la domanda che taglia il nodo: «Di fatto, contro chi si sciopererebbe? Non contro l’azienda, in questo caso». Un’astensione generale, aggiunge, rischierebbe di non raccogliere consenso e di dividere i lavoratori.
La Cisl ragiona sulla stessa linea. «Non è mai successo in Italia che si facesse uno sciopero per questioni non legate a dinamiche lavorative, e quindi sociali, culturali o religiose», osserva Zanocco. La via indicata è il dialogo, ma il tavolo, secondo il sindacato, non può essere quello aziendale: «La soluzione potrà essere solo politica».
Intanto i delegati continueranno a sondare gli umori in fabbrica. Ed è forse lì che si misura davvero la temperatura della vicenda. Da una parte una comunità che rivendica un luogo di culto e minaccia di mostrare quanto pesa nell’economia cittadina. Dall’altra un Comune che frena, un’opposizione che chiede chiarezza, sindacati che non vogliono trasformare la fabbrica in un campo di battaglia identitario. In mezzo ci sono i lavoratori.
Giovedì 27 agosto hanno varato una nave. Torneranno a saldare, verniciare, montare, spostare lamiere. Lo sciopero resta sospeso, ancora senza adesioni ufficiali. Prima di fermare Fincantieri bisognerà convincere chi ogni mattina la mette in moto.
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