Il dibattito sulla moschea, Citran: l’ultimo esame di italianità

La riflessione dell’autonomista per Venezia fino alla fine sul concetto di integrazione: «A Venezia i bengalesi vanno bene quando lavorano. Quando chiedono un luogo di culto, invece, devono dimostrare di essersi integrati»

Marco Citran *
Musulmani in preghiera (foto d'archivio)
Musulmani in preghiera (foto d'archivio)

A Venezia i bengalesi vanno bene quando lavorano. Quando chiedono un luogo di culto, invece, devono dimostrare di essersi “integrati”. Ma integrati in cosa? Nella società veneziana ci sono già. È la politica che sembra non essersene accorta.

C'è una parola che, pronunciata da un amministratore pubblico, dovrebbe far drizzare le antenne: “integrazione”.
Non perché l'integrazione non sia importante. Lo è.

Ma perché diventa pericolosa quando viene trasformata in un lasciapassare: prima dimostrate di essere abbastanza italiani, poi forse vi concederemo un diritto che la Costituzione non ha mai previsto come premio per i cittadini virtuosi.

È esattamente questa l'impressione che lascia la vicenda della moschea chiesta da tempo dalla comunità islamica veneziana, e in particolare da quella bengalese, che vorrebbe realizzarla su un terreno acquistato in terraferma.

Il sindaco Venturini ripete che prima viene l'integrazione, il rispetto degli usi e dei costumi del nostro Paese.

Ma quali sarebbero, esattamente, gli “usi e costumi” che un musulmano dovrebbe dimostrare di rispettare prima di poter costruire un luogo di culto?
Rispettare la legge? È un obbligo per tutti.
Rispettare gli altri? È un obbligo per tutti.
Pagare le tasse? È un obbligo per tutti.
Lavorare? Non è un obbligo, ma molti bengalesi lo fanno ogni giorno, contribuendo concretamente all'economia veneziana.

E allora qual è il problema?

Forse la risposta è molto meno nobile della parola “integrazione”.
Forse il problema è che si tratta di una moschea.
Perché quando una comunità straniera lavora negli alberghi, nei ristoranti, nei servizi e nelle fabbriche, nessuno sembra domandarsi se sia sufficientemente integrata.
Quando serve manodopera, l'integrazione pare improvvisamente un fatto acquisito.
Quando quella stessa comunità chiede uno spazio per pregare, invece, cominciano gli esami, le condizioni, le raccomandazioni e i distinguo.

È una singolare idea di integrazione: braccia sì, diritti dopo.
Eppure, Venezia dovrebbe conoscere meglio di altre città il significato della parola cosmopolitismo.

La Serenissima è cresciuta commerciando con mondi diversi, parlando lingue diverse, incontrando popoli diversi. E sì, ha combattuto contro l'Impero ottomano. Ma ha anche negoziato con i suoi rappresentanti, commerciato con i suoi mercanti e ospitato a Venezia una presenza ottomana organizzata.

Per questo tirare fuori Lepanto come argomento identitario contro una moschea del XXI secolo è, francamente, una caricatura della storia veneziana.

Lepanto non è un lasciapassare per negare diritti oggi.
Il passato non può diventare una clava da usare contro chi è arrivato secoli dopo.

E c'è un'altra domanda che merita una risposta.

A Zelarino la comunità ortodossa romena ha potuto realizzare una grande chiesa.

Bene.

È precisamente così che dovrebbe funzionare una società libera: le comunità religiose rispettano le leggi e le istituzioni verificano che i progetti siano conformi alle norme.

Non si stabilisce invece, a seconda della religione, chi è abbastanza integrato per meritarsi un luogo di culto.

Perché se il criterio è la legge, vale per tutti. Se il criterio è il gradimento politico, allora il problema è un altro. E la Costituzione, su questo punto, non dovrebbe lasciare molto spazio alle ambiguità: la libertà religiosa non appartiene soltanto alla maggioranza.
Appartiene anche alle minoranze.
Anzi, è proprio quando riguarda una minoranza che la serietà di uno Stato di diritto viene messa alla prova.

La questione non cambia nemmeno se una parte della comunità bengalese ha annunciato forme di protesta o uno sciopero.
Uno sciopero può creare disagi e va valutato per le sue conseguenze. Ma non può essere né una scorciatoia per ottenere un diritto né, al contrario, una ragione per negarlo.
Il diritto di pregare non si conquista ricattando l'economia. Ma non si perde nemmeno perché qualcuno minaccia di fermare il lavoro.

Sono due questioni diverse.

E sarebbe ora di tenerle separate.

Perché c'è una realtà che il dibattito politico sembra ostinatamente rimuovere: i bengalesi a Venezia ci sono già.
Sono lavoratori.
Sono famiglie.
Sono contribuenti.
Sono vicini di casa.
Sono parte della città reale, quella che ogni mattina apre negozi, alberghi, ristoranti, officine e cantieri.
Non sono un fenomeno temporaneo che deve prima superare un controllo di frontiera culturale.
E allora diciamolo chiaramente: se esistono problemi di sicurezza, si affrontino.
Se esistono problemi urbanistici, si affrontino.
Se il progetto non rispetta le norme, venga respinto.
Se ci sono responsabilità individuali, vengano perseguite.

Ma non si trasformi l'Islam in un problema urbanistico e l'integrazione in una patente di buona condotta.
Perché quella strada porta altrove.
Porta all'idea, pericolosissima, che i diritti possano essere graduati in base alla religione, alla provenienza o al grado di simpatia che una comunità suscita nella maggioranza.

E questo non è il Paese che raccontiamo quando celebriamo la nostra Costituzione.

È, semmai, il Paese che dovremmo evitare di diventare.
Venezia non ha bisogno di una nuova guerra culturale.
Ha bisogno di regole uguali per tutti.

Se il terreno è regolarmente acquistato, se il progetto rispetta le norme e se la comunità intende costruire un luogo di culto nel rispetto della legge, si applichino le leggi.

Tutto il resto — i proclami, le paure, le evocazioni di Lepanto, l'esame permanente di italianità — appartiene alla propaganda.

E qui arriviamo al punto più scomodo.

Forse l'integrazione non è più il problema dei bengalesi.
Forse il vero problema è accettare che Venezia è già cambiata.
Che l'Italia è cambiata.
Che la società è cambiata.
E che una democrazia seria non chiede a chi è diverso di diventare uguale prima di riconoscergli i propri diritti.
Gli chiede soltanto di rispettare la legge.
La stessa legge che deve valere per tutti.
È questo il vero esame.
E stavolta, forse, non sono i bengalesi a doverlo sostenere.
È Venezia.

 

*Marco Citran autonomista per Venezia fino alla fine

Riproduzione riservata © La Nuova Venezia