Famiglia sfrattata da via Triestina a Mestre: «Sbattuti in strada con figli invalidi»
Occupavano un appartamento dell’Ater a Mestre da due anni. Quando la polizia ha bussato, la madre e la figlia più piccola sono scoppiate in lacrime. Ingressi murati per scongiurare il ritorno

Al settimo piano di via Triestina, la mattina comincia con il rumore secco dei mobili trascinati, le voci basse degli operai, le divise sul pianerottolo. Finisce con malta, mattoni e una porta cancellata dal muro.
Dietro resta ciò che rimane di un appartamento occupato abusivamente per due anni; davanti, una famiglia di cinque persone – con due figli invalidi a carico – e una domanda: dove andare adesso?
Gianni Seno, 55 anni, ex vetraio, guarda uscire la propria vita un oggetto alla volta. Un materasso, i sacchi, i vestiti, le piccole cose che diventano invisibili in dei sacchi neri soltanto in corridoio. «Vedere tutta la mia roba sbattuta fuori è stato scioccante», dice dall’uscio.
Con lui vivevano la moglie Sauda Iseni, 40 anni, un passato nel settore delle pulizie, e tre figli di 19, 20 e 21 anni. I due più giovani hanno invalidità riconosciute e gravi fragilità cognitive, tutelati dalla legge 104. Il maggiore lavora e consegna alla famiglia quello che riesce a guadagnare: sulle sue spalle si regge la parte stabile, seppur modesta, del bilancio domestico.
Per tutta la mattina di martedì 21 luglio agenti e operai svuotano le stanze. Poi chiudono l’ingresso e murano le finestre. «Avevano paura che potessi rientrare da lì», racconta Gianni, indicando l’alloggio accanto, dove vivono Nashret, fratello di Sauda, e la moglie Lucia.
Quando la polizia ha bussato, Sauda e la figlia più piccola sono scoppiate in lacrime. Con il figlio di mezzo hanno trovato riparo a casa di un’amica: lontano dalla scena finale, i mobili ammassati, la polvere bianca, i colpi di cazzuola che trasformano una porta in parete.
Nashret e Lucia ricostruiscono gli anni precedenti: il lavoro perso da Gianni, gli attacchi d’ansia e la depressione di Sauda, due figli da assistere, i soldi che non bastano.
«Li abbiamo aiutati come potevamo. Sapevamo che erano lì abusivamente, ma non avevano altra possibilità. L’alternativa era la strada», spiegano. La coppia era inserita da anni nella graduatoria per un alloggio pubblico. Quando non ha più avuto un tetto, ha occupato quello rimasto vuoto.
Sono gli ultimi abusivi del complesso di via Triestina dopo una serie di sgomberi.
Con il resto delle famiglie i rapporti sono difficili e gli aiuti, raccontano, sono mancati anche in passato. Dall’Ater sarebbe stata prospettata una sistemazione in campeggio, con il rimborso di parte delle spese.
«Non abbiamo nemmeno i soldi per arrivarci», dice Gianni. Gli assistenti sociali avrebbero spiegato che bisogna attendere che si liberi un alloggio. Nel frattempo non esiste una destinazione, né un piano: in tenda? in strada? o in un garage di qualche amico? «Non sappiamo proprio dove andare».
Ater offre una propria prospettiva sul caso negli ultimi mesi. L’occupazione era stata accertata da tempo e, dopo più tentativi di mediazione, a marzo era stata concessa un’ultima proroga per consentire alla famiglia di organizzare un’alternativa.
L’azienda sottolinea che i figli sono maggiorenni e che le disabilità dei due più giovani, pur cognitive, non comportano impedimenti motori tali da rendere legalmente impossibile lo sgombero. Riferisce inoltre di sapere che esistono familiari in grado di offrire sostegno.
Nel primo pomeriggio gli operai hanno murato la porta. Il pianerottolo svuotato, il corridoio silenzioso, la procedura conclusa.
Restano cinque persone senza una casa, una graduatoria che non ha ancora dato risposta e la linea ruvida tra la legalità di un atto e la fragilità di chi lo subisce. Al settimo piano, per ora, hanno vinto malta e mattoni.
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