«I miei 32 anni sulle vie di Mestre Non scorderò mai il piccolo Zaher»

«L’incidente dove è morto Zaher, il giovane profugo afghano, è stato quello che più mi ha coinvolto da un punto di vista umano». Il commissario Claudio Giacomin, 63 anni, comandante del Reparto Motorizzato della Polizia Locale è andato in pensione. Ha indossato la divisa per 37 anni, 32 dei quali al Reparto Motorizzato, prima come agente in moto, fino ad arrivare venti anni fa a comandare lo stesso ufficio. Prima di entrare nei vigili urbani, per cinque anni ha lavorato come infermiere specializzato di sala operatoria a Villa Salus. «Quando si è giovani si provano varie esperienze ed è giusto sia così. Diplomato perito elettronico, ho fatto poi la scuola per infermieri e infine il concorso per vigile urbano. Un lavoro che mi ha regalato parecchia adrenalina. Il bello era arrivare al lavoro e non sapere cosa ti aspettava. Per questo ora ho paura di finire in pantofole».
Trentasette anni di viabilità e di incidenti rilevati. Gli utenti della strada sono più disciplinati di un tempo?
«Se il numero e il tipo di incidenti sono presi per valutare l’evoluzione dell’utente della strada va sottolineato che gli incidenti sono molti di meno e soprattutto sono calati quelli mortali e con feriti. Questo almeno fino quattro/cinque anni fa, quando il numero si è stabilizzato. Questo è dovuto al miglioramento delle strade, della tecnologia applicata ai veicoli, all’obbligo delle cinture di sicurezza e del casco».
Ma come si comportano gli automobilisti sulle strade della veneziane?
«Va sottolineato che la colpa degli incidenti è per oltre il novanta per cento dei comportamenti dell’uomo. Problemi tecnici ai mezzi, la cattiva segnaletica stradale e le strade dissestate sono fattori marginali nella dinamica di un incidente. L’ottanta per cento degli incidenti che avvengono ora sulle nostre strade sono causati da italiani, il resto da stranieri. In paricolare extracomunitari. Da notare che gli automobilisti dell’est Europa hanno una concezione particolare del rispetto del codice della strada. E qusto dipende dal fatto che nei loro Paesi certi tipi di infrazioni si pagano con la prigione, mentre da noi no. Quindi sono meno rispettosi. Pensiamo ad esempio alla guida in stato di ebbrezza. Un italiano ci pensa mille volte prima di rimettersi in auto dopo che gli è stata ritirata la patente per questo motivo. Loro no».
Una cosa che si potrebbe fare per migliorare il comportamento degli utenti della strada?
«Bisogna agire sulla psicologia delle persone con la formazione e non solo quando seguono i corsi per ottenere la patente, ma educarle fin da quando sono a scuola. Una persona in un giorno ricopre più ruoli di utente della strada: è pedone, ciclista e automobilista. È dimostrato che lo stesso pedone quando sale in auto non ha più rispetta degli altri pedoni. E ha gli stessi comportamenti che prima contestava agli automobilisti. Quando si sale in auto c’è una trasformazione. Bisogna agire su questa con la repressione ma in particolare con l’educazione».
Un incidente che ricorda in particolare?
«Sicuramente quello in cui ha trovato la morte, nel dicembre 2008, Zaher Rezai, il ragazzo afghano stritolato dalle ruote di un tir sotto al cassone del quale aveva viaggiato dalla Grecia. Mi ha segnato da un punto di vista umano perché l’impegno era quello di dargli una sepoltura nella sua terra e siamo riusciti a rintracciare i suoi genitori grazie ai mediatori culturali e a un parente trovato a Perugia. Un’esperienza forte». —
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia








