«Ho tappato io la bocca del bimbo di Banksy I migranti in difficoltà sono senza voce»

L’artista Tombolini: «Quel muro è diventato meta di pellegrinaggio ma si era perso il significato originario, così ho voluto rafforzarlo» 

l’intervista

È arrivato nel cuore della notte, in barca. Due pezzi di scotch nero sulla bocca, un gesto simbolico per dare più forza al significato dietro il piccolo migrante a San Pantalon (sestiere Dorsoduro) con cui Banksy, un anno fa, aggiunse Venezia all’elenco delle città del mondo che ospitano le sue opere. O meglio, i suoi messaggi rivolti alla società: sul tema delle disuguaglianze, delle oppressioni, dei contrasti che caratterizzano il mondo d’oggi. I due segni neri sono durati appena 24 ore, ma ora è lo stesso autore di quella “x” a volerne spiegare il senso. Lui è Michele Tombolini, artista veneziano, concettuale e street, da sempre impegnato sui temi sociali. È affascinato e ispirato dalla genialità operativa di Bansky. Dalle sue provocazioni dirette al pubblico nelle strade, riconosce molto della propria natura di artista.

Basti pensare a quando, appena un anno fa, alla Biennale si presentò con installazione “La Mendicante” per sensibilizzare il pubblico sul tema di grande attualità della nuova povertà. Rappresentava una donna a terra che, con il viso coperto e un cartello “Ho fame aiutatemi”, allungava la propria mano in segno di carità. Accanto a lei, la borsa griffata sotto il suo braccio e i gratta e vinci a terra accanto a lei.

E così, attratto dal bambino di Banksy che gli ricorda il murales “Batterfly”, realizzato contro la violenza sui minori nel 2015 a Berlino, ha deciso di intervenire con la forte simbologia che la “X” rappresenta da sempre nei suoi lavori. È la “X” della censura, spiega, e che vuole essere, in questa occasione, un contributo a risollecitare e rafforzare l’attenzione su questo tema.

Come mai ha deciso di appiccicare una “x” sulla bocca del bambino migrante?

«È un segnale che uso molto spesso nella mia arte. È una censura, un modo per dire che non sempre si riesce a dire la verità. Vale per la violenza sui bambini, come nel caso della mia opera a Berlino. Vale in questo caso, per la questione grave che riguarda i migranti. Sta ad indicare l’impossibilità dei migranti di spiegare la loro versione dei fatti, le loro difficoltà a farsi ascoltare dalla società, e i diritti negati».

Cosa rappresenta per lei l’opera di Banksy?

«Io sono un suo grande ammiratore: sia per le sue idee, che per le sue realizzazioni e per lo spirito di provocazione con cui le concepisce. Ormai, il pubblico ammira quest’opera principalmente perché collegata alla risonanza dell’artista inglese, tralasciando l’importanza del messaggio e comunque dandogli un valore poco rilevate. Il fenomeno delle migrazioni in Italia è una questione ancora più delicata che nel resto d’Europa, poiché ha generato un traffico umano illecito, gestito dalle mafie. Il mio gesto è un modo di catalizzare maggiormente l’attenzione sul concetto».

Quali sono gli aspetti che più la preoccupano, sulle tematiche legate all’immigrazione?

«I problemi sono tanti, e di difficile soluzione. Per questo l’importante è che si continui a parlarne. Oltre al traffico di esseri umani, c’è da rivedere il sistema di accoglienza che fa acqua da tutte le parti. Per non parlare della difficoltà legata al lavoro. Chi arriva in Italia in cerca di un futuro migliore, spesso non lo trova. Oppure lo trova, ma a condizioni difficilissime e in diverse occasioni con un vero e proprio sfruttamento. Le cronache ce lo raccontano da tempo. Così non può continuare».

Tornando al suo gesto, c’è chi ha pensato che fose un tentativo di danneggiare, o manomettere l’opera?

«Ma non è affatto così. Sapevo che sul muro, e con l’umidità di Venezia, sarebbe venuto via facilmente e soprattutto senza danneggiare l’opera di Banksy». —



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