Gaiatto fa la vittima e chiede i danni a Faè

L'ex trader di Portogruaro si costituirà parte civile contro l’imprenditore di Caorle nel processo ai casalesi di Eraclea
Fabio Gaiatto e Samuele Faè
Fabio Gaiatto e Samuele Faè
PORTOGRUARO. L’altra faccia della medaglia, per Fabio Gaiatto, ex trader portogruarese condannato per la maxitruffa del Forex, si vedrà al processo sulle infiltrazioni della Camorra nel Veneto orientale. Nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Venezia, infatti, non è un sodale, ma una vittima di estorsioni di stampo mafioso e minacce di morte da parte dei casalesi, che si sono protratte secondo l’accusa dal luglio 2017 all’agosto 2018.
 
Alla vigilia della sentenza sulla maxitruffa, lo scorso luglio, Gaiatto è stato interrogato per ore dal pm Roberto Terzo.
 
L’udienza preliminare è stata fissata per l’8 gennaio nell’aula bunker di Venezia, con 76 imputati. E si tratta solo della prima tranche dell’inchiesta, il cosiddetto “Casalesi leggero”. Gaiatto, che figura come persona offesa, intende costituirsi parte civile nei confronti di Luciano Donadio, Raffaele Buonanno, Giacomo Fabozzi, Berardino Notarfrancesco e Claudio Casella e Samuele Faè, che a gennaio affronteranno l’udienza preliminare. 
 
Nel capo di imputazione i pm Roberto Terzo e Federica Baccaglini hanno inserito il concorso nei reati di Francesco Iozzino, Gennaro Celentano e Walter Borriello. Non saranno, però, imputati a Venezia. Lo sono, invece, a Trieste, in compagnia di Fabio Gaiatto, per le missioni estorsive in Croazia, nel tentativo di recuperare i milioni del trader. Di primo acchito pare un ossimoro: come è possibile che Gaiatto sia in un processo vittima dei casalesi e in un altro processo coimputato degli stessi casalesi? L’avvocato Guido Galletti, difensore di Gaiatto, confida che sia fatta presto chiarezza.
 
C’è un’altra singolare inversione dei ruoli, che si osserva intersecando l’inchiesta di Pordenone sulla maxitruffa del forex e quella della Dda sulle infiltrazioni mafiose. Riguarda Gaiatto e Samuele Faè, 41 anni, ex imprenditore di Caorle. Proprio quel Faè che nel processo sulla maxitruffa Venice a Pordenone si era costituito parte civile nei confronti di Gaiatto, lamentando la mancata restituzione di 6 milioni di euro (su 9 milioni investiti, a suo dire, nell’affare del Forex). All’udienza preliminare a Cordenons Faè era comparso al volante di una Porsche rombante. Due giorni dopo lo avevano portato via da casa sua a Caorle con un cellulare della penitenziaria ed era finito in carcere per concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso.
 
A Faè i pm della Dda attribuiscono pure il ruolo di mandante oltre che di concorrente materiale nelle condotte estorsive subite da Gaiatto per mano dei casalesi. Gli inquirenti contestano agli indagati di aver costretto Gaiatto, minacciandolo di ritorsioni da parte della criminalità organizzata, a rimborsare l’investimento di 7 milioni di euro effettuato nel maggio 2017 da Faè e a dare 250 mila euro a Luciano Donadio per la sua mediazione. 
 
Minacce di morte, sibilate al telefono o nella villa di Portogruaro, con le quali gli intimavano il ristoro integrale del credito di Faè: «Tu non hai idea con chi hai a che fare»; «Vedi come dico io, sono di Casal di Principe, non sono di quei casalesi là (...) e faccio anche io le mie cose»; «costi quel che costi» Gaiatto avrebbe dovuto «tirare fuori il denaro», altrimenti «ci sarebbe scappato il morto». —
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