Ca’ Roman, continua la protesta: «Sorgerà un nuovo quartiere che danneggerà l’oasi naturale»
Duecento persone hanno partecipato a una manifestazione a Pellestrina per opporsi alla costruzione delle 77 villette nell’area dell’ex colonia delle suore Canossiane: «Siamo ancora in tempo»

Da un lato la società proprietaria dell’ex colonia delle suore Canossiane che, forte dei pareri ambientali ricevuti seppur con prescrizioni, è decisa a procedere con la costruzione delle 77 villette al posto degli edifici oggi fatiscenti. Dall’altra, una mobilitazione che non intende fare un passo indietro in difesa dell’oasi di Ca’ Roman, forte dell’appoggio di novanta tra professori universitari e ricercatori (oltre alle 49 mila firme della petizione).
E così ieri in almeno duecento, secondo gli organizzatori, hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Gruppo Spontaneo Pellestrina per Ca’ Roman nei pressi dell’oasi. Tanti gli interventi accorati dei cittadini, che hanno rivendicato il «sacrosanto diritto» di accedere all’oasi senza dover chiedere il permesso a nessuno. Particolarmente applaudita anche la spiegazione tecnica fornita da Fabrizio Dughiero, professore di Ingegneria Industriale a Padova.
«Chi vuole costruire ha ragione su tutto, le case non sorgono nell’oasi ma sul sedime della vecchia colonia, a ridosso dell’oasi. Chiamiamole 77 case in cinque edifici accanto all’oasi, non cambia la sostanza», ha spiegato Dughiero.
«Una colonia estiva chiusa per gran parte dell’anno e da decenni abbandonata diventa un quartiere abitato tutto l’anno con barche, luci, animali domestici, rifiuti discariche. Il volume è lo stesso, vero, ma la natura misura quante persone ci sono, cosa fanno alle dieci di sera, magari quando il fratino sta nidificando».
Dughiero elenca alcune criticità. «L’ente che gestisce il sito è il Comune, che ha giù posto condizioni, tra cui l’incompatibilità di animali d’affezione da parte dei curatori dell’area e la richiesta di un monitoraggio con indicatori ambientali significativi per gli effetti su habitat. Gli stessi uffici del Comune dicono quello che diciamo noi. Poi è la stessa Regione a dire nel parere favorevole a dire che lo studio non fornisce analisi puntuale della variazione del grado di conservazione e che le conclusioni sono accettabili alla luce delle condizioni, che però devono ancora essere scritte. Il via libera esiste ma le garanzie su cui poggia sono fogli bianchi. Il Comune deve ancora votare e votare vuol dire prendersi la responsabilità di aver letto queste pagine. E poi c’è regola europea che vale più di qualsiasi delibera: accanto a sito protetto si può autorizzare solo quando non resta alcun ragionevole dubbio scientifico».
I firmatari dell’appello presenteranno nei prossimi giorni un documento al Comune. «I privati hanno pagato quell’area, si parla di 5 milioni, ma il conto non deve pagarlo l’oasi. Una via d’uscita esiste: il credito edilizio previsto dalla legge regionale: si demolisce, si rinaturalizza il sito e il valore di quella proprietà si sposta altrove dove costruire non ferisce nessuno. Ca’ Roman ha aspettato cent’anni, può aspettare il tempo di leggere le carte».
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