Agricoltura sotto stress, nel Veneziano a rischio l’80% del mais: «L’estate più difficile»
Baldo, produttore di cereali e seminativi: «L’acqua per irrigare è ai minimi termini». Il titolare di un’azienda agricola: «Nelle serre temperature oltre i 40 gradi». L’allevatore Boso: «Le bestie soffrono, usiamo le ventole»

Nei terreni senza irrigazione il mais rischia di essere compromesso per l’80%. Nelle serre i pomodori, le melanzane e le altre colture orticole hanno sofferto per le temperature elevatissime.
Mentre nelle stalle lievitano i costi per l’installazione di impianti di refrigerazione per il bestiame. L’agricoltura veneziana tira le somme di una delle estati più difficili sul fronte del meteo torrido. «Non si tratta solo della siccità, ma di una congiuntura di eventi negativi», dice Tiziano Baldo, «Gli effetti devastanti del cambiamento climatico tra maltempo e siccità, l’aumento vertiginoso dei costi di produzione e il mancato adeguamento dei prezzi per gli agricoltori. In questo contesto, ci si chiede se valga ancora la pena coltivare».
I seminativi
Tiziano Baldo è un produttore di cereali e seminativi di Concordia Sagittaria. «Il mais è ormai in fase di maturazione. Sta ultimando la crescita, ma è sottoposto a uno stress molto importante e anche la maturazione non sarà regolare», spiega Baldo.
«Stiamo aspettando la pioggia, per poter recuperare qualcosa nella produzione della soia, che è nella fase di riempimento dei baccelli. Altrimenti, rischiamo la compromissione in maniera pesante anche della soia. L’acqua per l’irrigazione è razionata ai minimi, perché ormai la risalita del cuneo salino è avvenuta a livelli importanti e in molte zone non si riesce più a irrigare».
Tra le aree che più hanno sofferto la mancanza di acqua figurano Ottava Presa e la Brussa a Caorle, il Terzo Bacino in zona Bibione. Baldo traccia il conto della produzione di mais persa.
«Anche sui terreni irrigati perderemo intorno al 20-25% della produzione», aggiunge, «Per quanto riguarda le produzioni sui terreni non irrigui, la riduzione si attesta attorno al 70-80% per cento, per non dire che la perdita è totale. Inoltre, avendo subito due mesi di stress idrico, il mais avrà anche problemi di micro tossine».
Ma ci sarà la possibilità di accedere a indennizzi per la produzione persa? «Perora non sappiamo nulla di quali saranno le aree designate a essere ristorate per la siccità. Ma se ci saranno degli indennizzi, saranno poca cosa», conclude Baldo.
Gli ortaggi
Per gli ortaggi coltivati nelle serre di Cavallino-Treporti l’emergenza è stata causata dalle temperature elevate. Sul litorale l’acqua per irrigare non è mancata, perché ogni agricoltore è dotato di un pozzo artesiano da cui attingere.
«Nel nostro territorio», spiega Michele Borgo, titolare di un’azienda agricola nella località, «la quasi totalità delle coltivazioni sono sotto serra e le aziende hanno un sistema irriguo che funziona. A metterci in difficoltà, più che la siccità in sé, sono state le temperature elevate che hanno caratterizzato questi mesi estivi. Pur non avendo grandi problemi nell’irrigazione, c’è stata una difficoltà legata alle temperature molto elevate, che sotto il nylon sono ancora più complesse da contrastare e gestire». Sotto le serre le temperature sono andate abbondantemente sopra i 40 gradi per molti giorni continuativi.
«Le temperature elevate possono creare scottature ai prodotti e, in fase di trapianti, difficoltà di attecchimento della pianta», continua Borgo, «Anche la risalita del cuneo salino è una problematica con la quale nel litorale conviviamo da sempre». Rispetto ai produttori di seminativi, le perdite per l’orticoltura sono state più contenute.
«Ma è ovvio che in queste condizioni diventa molto complesso avere una produttività paragonabile a quella degli anni precedenti, in cui questi picchi di temperature erano periodici e non così costanti durante tutto il periodo estivo», precisa Borgo, «Adesso speriamo che il secondo ciclo di produzione in serra, che andrà da settembre, venga accompagnato da degli abbassamenti di temperatura».
Gli allevamenti
Il cambiamento climatico ha imposto sfide importanti anche agli allevatori di carne, costretti a spese elevate per dotare le stalle di impianti di raffrescamento. «Negli ultimi anni tutti gli allevatori hanno compiuto dei grossi investimenti nelle stalle per migliorare la ventilazione e la circolazione dell’aria», conferma Matteo Boso, titolare di un’azienda zootecnica e cerealicola a Eraclea.
«Negli allevamenti da ingrasso ci sono i destratificatori. Sono delle ventole, regolate tramite una sonda che calcola la temperatura e l’umidità e calibra di conseguenza la velocità. Nelle stalle si stava bene e gli animali non hanno sofferto più di tanto. La dimostrazione è data dal fatto che gli animali hanno continuato a mangiare gli stessi quantitativi di cibo. Quando non avevamo queste tecnologie, nei periodi caldi bevevano molto di più e mangiavano meno».
L’azienda di Boso è un allevamento di bovini da carne. Ma, come veterinario, Boso conosce la situazione dei produttori di latte, molto più complessa. «Il latte è un altro mondo rispetto al nostro, perché le strutture sono diverse», conclude, «Gli animali ne soffrono e c’è un calo nella produzione di latte, a differenza della carne».
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia








