L’effetto Vannacci sconquassa il centrodestra: ecco come cambiano i voti e le alleanze in Veneto
Gli elettori veneti hanno cambiato preferenza nel corso del tempo: dalla Dc a Fdi passando per la Lega. L’avvento di Futuro Nazionale sta già spostando gli equilibri. E a Rovigo l’ex sede dei Fratelli è diventata quella di Fn

L’irruzione di Vannacci sta sconquassando lo scenario del centrodestra veneto. Lega e Fratelli d’Italia ballano sulle montagne russe, discese ardite più che risalite. Della Lega sappiamo tutto, il disastro l’ha combinato Salvini e gli aggiornamenti cambiano poco: basta dire che i leghisti veneti sono sempre lì a consolarsi con Luca Zaia pronto a partire ma che non parte mai.
Di Fratelli d’Italia, di questa generazione di quarantenni trasportati in carrozza nella stanza dei bottoni del Veneto dal successo travolgente di Giorgia Meloni, sappiamo molto meno.
Non hanno avuto neanche il tempo di metabolizzare il 18,7% delle regionali, arrivato come una batosta dopo il mirabolante 37,6% delle europee, che già si trovano dentro alla tempesta perfetta. L’ex generale è un’idrovora applicata allo zoccolo duro dell’elettorato di destra, capace di risucchiare consensi in grado di portarlo, dicono a Strasburgo dove lui da parlamentare europeo è di casa, tra il 12 e il 15%.
Come si sta riorganizzando il centrodestra
Esagerazioni probabilmente, ma la paura si tocca con mano se anche il giovane capogruppo di Fdi in Consiglio regionale Claudio Borgia va in televisione a rivendicare il cordone ombelicale con il Msi: «Se un elettore è disorientato», gli è capitato di dire, «posso garantire che la destra c’è, la destra è Fratelli d’Italia che prima era An che prima era Msi». Che prima era nella Repubblica di Salò con Giorgio Almirante, questo Borgia non l’ha aggiunto (ad un dibattito su Tva Vicenza) ma se torniamo al via come nel gioco dell’oca, il collegamento è automatico.
Il passaggio colpisce perché Borgia è uno molto attento a tenersi alla larga dalle nostalgie missine.
«Il Msi era votato da tante persone», aggiusta il tiro quando gli facciamo la domanda precisa, «avevamo una percentuale nazionale tra il 6 e l’8%, adesso siamo votati dal 37% degli italiani, non vorremmo sostenere che sono tutti nostalgici della repubblica di Salo». Certo che no. Ma rivoltare la giacca ogni tanto e mostrare che la Fiamma non è mai cambiata, aiuta a frenare l’emorragia.

Ma quale emorragia, va negando sui giornali il numero Uno di Fdi nel Veneto, Raffaele Speranzon, coordinatore regionale: «Non vedo amministratori di Fratelli d’Italia che lasciano il partito, non vedo particolari spostamenti nel territorio».
Perché Speranzon usa gli occhiali del partito: se limitiamo gli “spostamenti nel territorio” alla classe dirigente di Fdi ha ragione, ma è comprensibile. Fino al 2022 Fratelli d’Italia stazionava al 9,6% di gradimento politico dei veneti e al 4,3% degli italiani. Era un gruppetto dei ragazzi del coro di centrodestra, anche se faceva sentire bene la voce. L’apparato del partito rispettava queste grandezze, non a caso l’unico nome di dirigente passato con Vannacci che gira nelle cronache venete (finora) è quello di Joe Formaggio, consigliere regionale non rieletto, personaggio discusso, per un periodo sospeso anche dal partito.
Gli “spostamenti nel territorio” che contano sono altri, riguardano la base degli elettori e qui c’è un mondo intero in trasferimento. Siamo sempre all’oste che parla di se stesso, ma a sentire il luogotenente di Vannacci Stefano Valdegamberi, trasformatosi in pochi anni da mite consigliere dell’Udc al “Ringhio” della squadra del generale (una metamorfosi politica da studio), non si contano più i comitati che nascono per sostenere la Causa, gli amministratori locali che bussano alla porta, i cittadini che chiedono l’iscrizione. A maggio erano 11.000 gli iscritti a Futuro Nazionale, 170 i comitati.
E oggi?
«Non guardo neanche più i numeri», risponde Valdegamberi, «non sono in grado di aggiornare gli elenchi. In tanti anni che faccio politica non ho mai visto un fenomeno simile, un’esplosione così. Ho il telefono intasato, mi chiamano anche da fuori regione, da Caserta perfino. Mi fermano per strada, sto girando il Veneto come una trottola, sono stato in Friuli, non ho più tempo per me».

Se ne deduce che con la velocità con cui sono arrivati i voti di Fratelli d’Italia rischiano di andarsene. Nel partito si consolano mettendo la Lega in pole position nell’orbita di attrazione fatale di Vannacci. Potrebbe essere, se pensiamo che lo stesso Valdegamberi deve la rielezione in Consiglio regionale del Veneto al generale, il quale a ottobre era vice di Salvini e ha preteso l’inserimento in lista di Valdegamberi “in quota Vannacci”.
Poi a febbraio il generale ha salutato la Lega e Valdegamberi è passato nel gruppo misto, diventandone vicepresidente. Presidente è chi arriva per primo e gestisce come vuole i fondi, il personale, la sede: nel caso è stata Sonia Brescacin, fedelissima di Luca Zaia, uscita dalla Lega il giorno dopo le elezioni per delusione da mancata nomina ad assessore, ma in evidente accordo con Zaia per occupare la posizione.
Intercettiamo Valdegamberi a Nove, nel Vicentino, dove l’hanno invitato per presentare 7 nuovi comitati di Futuro Nazionale. Sala piena alle 11 di mattina. «Non sono qui per fare campagna acquisti, io vado dove mi chiamano», dice. «Queste persone sono responsabili di circolo e nomi storici di Fratelli d’Italia dell’Altopiano di Asiago, del Bassanese, della Pedemontana. Se devo fare un confronto con la Lega, direi che oggi nel Veneto quelli di Fratelli d’Italia che ci cerano sono il doppio dei leghisti.
Ma arrivano anche da Forza Italia, a Verona il primo consigliere comunale che ha aderito a Futuro Nazionale è stato un forzista. Un trenta per cento invece è gente che non va a votare, mi stupisce che siano soprattutto giovani ventenni».
Questa crescita tumultuosa pone un problema serio all’organizzazione, che non riesce a starci dietro. Non solo per registrare gli afflussi: i trombati e i carrieristi emarginati dagli altri partiti che saltano sul carro di Vannacci non lo fanno gratis, puntano a ricandidature facili. Valdegamberi garantisce che verrà fatta una drastica selezione, ma intanto imbarca gente. L’inquadramento di Futuro Nazionale comincerà a settembre con la nomina di commissari regionali e provinciali, informa Valdegamberi, secondo criteri che inventerà il generale. Ma Vannacci non ha fatto l’accademia militare per niente.
L’uomo è intelligente, scaltro, soprattutto abile comunicatore. Non fa politica come il generale Pappalardo. Dice cose che le persone di destra vogliono sentirsi dire ma lo fa in modo professionale. Usa le parole chiave di Giorgia Meloni per contestare quello che il governo non ha fatto.
Non pesca nel centrosinistra, affascina solo l’elettorato di destra. Lega e Fdi cercano di arginarlo, pur sapendo di averne disperato bisogno. Il centrosinistra lo demonizza, cercando di usarlo come cuneo per spezzare l’unità del centrodestra e avere via libera. Il generale ringrazia entrambi per l’attenzione, da cui guadagna. Tutto in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo, dove avremo un effetto Meloni e un effetto Zaia in netto ribasso e un effetto Vannacci in forte rialzo.
Il caso di Rovigo: le liti in Fdi e l’esodo verso Fn

Raccontano che a Rovigo per trasformare la sede provinciale di Fratelli d’Italia in quella di Futuro Nazionale è bastato levare la gigantografia della fiamma tricolore, metterci la foto di Vannacci e tutto il direttivo è passato con il generale. Ma sono esagerazioni, non tutto il direttivo: solo la consigliera comunale Cristina Folchini e l’ex capogruppo Aniello Piscopo, che peraltro si è portato dietro un’ottantina di iscritti.
Anche la storia dello sfratto a Fdi perché non pagava l’affitto è romanzata: il proprietario dello stabile Diego Melloni, primo dei non eletti in consiglio comunale di Fdi, l’aveva messa a disposizione del partito gratuitamente. L’idea dello sfratto viene dalle insegne di Fratelli d’Italia smobilitate a favore di telecamera, ma il partito aveva già trovato un’altra sede. Quanto a Melloni, dopo che ha mollato Fdi ed è passato in Futuro Nazionale ha subito informato di aver messo a disposizione la sede gratuitamente anche per Vannacci. Uomo di larghe vedute, questo Melloni, oltre che di portafoglio adeguato. Evidentemente un incompreso da Fratelli d’Italia.
Non sono pochi questi incompresi a Rovigo, che pure è stata la provincia dove la lista di Fdi è stata più votata alle regionali, dopo Belluno caso a parte cu cui torneremo: 22,3% a Rovigo contro il 18,7% media regionale. Aniello Piscopo sostiene che mettendo insieme i fuoriusciti del capoluogo con quelli di Adria, Rosolina, Porto Viro, Lendinara e altri Comuni minori, sono centinaia gli iscritti di Fdi che se la sono data a gambe per arruolarsi nelle file del generale.
«Colpa della grande litigiosità che circola nel partito ai livelli di vertice», spiega Piscopo, richiesto dei motivi di questa diaspora. «Una litigiosità per questioni minori, ambizioni personali perseguite accanitamente dimenticando i problemi del territorio. Io rimprovero soprattutto questo alla dirigenza, la mancanza di idee e di visione, per esempio l’aver abbandonato la grande progettazione stradale per la Transpolesana e la Romea».
Piscopo si appella alla Regione, cita Silvano Vernizzi buonanima che fu direttore generale di Veneto Strade e molto altro, Isi Coppola assessore regionale con Giancarlo Galan, Renzo Marangon leggermente fuori contesto perché era di Forza Italia. Nomi di politici che a Rovigo ricordano ancora tutti, anche se andavano forte prima di Luca Zaia.
Ma il Polesine è rimasto ancora quello di 15 anni fa: rallentato a nord da una Romea impercorribile, frenato a ovest da una Transpolesana senza innesti nella statale, con il mare a est e il Po a sud, che avvenire può aspettarsi, passare con Ferrara? Chissà se questi argomenti interesseranno il congresso
provinciale di Fratelli d’Italia, in programma a Rovigo il 31 luglio, convocato per chiudere il periodo di commissariamento ed eleggere una nuova dirigenza.
Quanto al tasso di litigiosità interna, pur facendo la tara e dando per scontato che nei partiti non corrono sempre baci e abbracci, le cronache a Rovigo parlano da tempo di “guerra per bande”. Una situazione anomala che risulta di rimbalzo anche a Stefano Valdegamberi, luogotenente di Vannacci, sempre impegnato nel rastrellamento di adesioni a Futuro Nazionale.
«Io non voglio farmi i fatti degli altri», dice Valdegamberi, «sono in politica da tanto tempo, conosco le contrapposizioni interne ma questi racconti sono diversi e li sento spesso dalle persone che provengono da Fratelli d’Italia. Naturalmente dovrebbero essere gli interessati a parlarne».
Ma lui da chi l’ha sentito? Valdegamberi cita Rovigo, poi una riunione a Treviso che farà fischiare le orecchie al plenipotenziario locale Claudio Borgia. Smanetta nel telefono cercando qualche nome e numero di riferimento, ma non li trova, sicuramente fa apposta. Elenca le ultime tappe del suo tour: Jesolo, Bassano, Rovigo, Noale, Albignasego, Treviso, Padova. E le prossime? «Me lo chiedono anche i miei colleghi in Consiglio regionale, mi pregano: non venire da me, stai lontano per carità. So che qualcuno chiama gli iscritti per dissuaderli dal partecipare agli incontri. Stanno tutti all’erta, mi sembra di essere Attila, dove vado faccio il vuoto. Sto vivendo una stagione mai vista, mi diverto un mondo».
Cosa votano i veneti, secondo Diamanti (Youtrend)

Per quarant’anni siamo stati la Vandea d’Italia, la Democrazia Cristiana rastrellava anche l’80% di voti nel Veneto. Eravamo tutti democristiani, “moriremo democristiani” era diventato uno slogan. Poi è arrivato Berlusconi, lo stato maggiore della Dc è confluito in Forza Italia e gli elettori l’hanno seguito in massa. Siamo diventati tutti berlusconiani.
Dopo ancora è nata la stella di Luca Zaia e il Veneto si è trasformato in una prateria verde. Sembrava la stabilizzazione definitiva, l’Italia ci considerava tutti leghisti, invece di colpo è arrivata l’ondata nera: Fratelli d’Italia è passata dal 9,6% del 2018 al 32,6% del 2022 e addirittura al 37,6% del 2024.
Fdi viene da An, che veniva dal Msi, che veniva dalla Repubblica di Salò: siamo tornati tutti fascisti? Ha senso spiegare in questo modo il Veneto, trainati dalla vulgata nazionale oggi inchiodata sulla Meloni che non si dichiara antifascista e su La Russa che non festeggia(va) il 25 aprile e tiene in casa il busto del Duce? Evidentemente no, lo facciano a Roma, nel Veneto sappiamo di essere rimasti quelli che eravamo: cioè cosa? L’anno scorso una potente risacca ha riportato Fratelli d’Italia al 18,7%, il partito ha perso più di metà dei voti dell’anno prima. Si ha un bel dire che le elezioni regionali non si possono confrontare con le europee, questo andamento a fisarmonica confonde ancor più le idee.
Qual è la vera base elettorale di Fdi nel Veneto? Lo chiediamo a uno che ci ha studiato sopra, il professor Giovanni Diamanti, direttore di Youtrend.
«Io ho una mia teoria. Questi elettori di Fratelli d’Italia, prima leghisti, prima ancora di Forza Italia o della Lega, dipendeva dalle elezioni, sono sostanzialmente lo stesso blocco, postdemocristiano, sicuramente di centrodestra, sicuramente non fascista. Per loro Fratelli d’Italia non è una scelta post-fascista con connotati ideologici, che rinviano a quella matrice. Fratelli d’Italia per loro è la scelta del partito timone del centrodestra. Come era tempo prima Forza Italia. Diversamente dal centrosinistra, il centrodestra ha sempre avuto un partito timone della coalizione».
Ma come si concilia quest’idea di partito timone se Fratelli d’Italia nel Veneto si è fermata al 18,7%?
«Perché con Stefani e Zaia il partito timone nel Veneto è la Lega, non Fratelli d’Italia. Gli esponenti politici più di rilievo del centrodestra sono leghisti, dal presidente della Regione ai sindaci delle città o dei grossi centri. La Lega nel Veneto
esprime senz’altro la classe dirigente più forte e come tale viene percepita dagli elettori».
E la matrice che riporta indietro, il collegamento con il passato fascista è rimasto in Fdi o no?
«Questa matrice c’è sicuramente, ma non è quella che porta Fdi al 30% in Veneto, anche se è presente in una certa classe dirigente post fascista, diciamo meglio post missina, seguendo le modalità con cui si sono evoluti. Non è quella che fa crescere Fdi, semmai è un tappo quando da elezione nazionale si passa a elezione locale».
In che senso un tappo?
«Basta vedere com’è cresciuta Giorgia Meloni: quella matrice ce l’ha, non l’ha mai rinnegata ma non mostra feticci, non rinnega e non rivendica certe esperienze, è in grado di dimostrarsi più neutrale, quindi capace di interpretare anche un voto non ideologico. Magari non lo è veramente su alcune questioni, ma questo è il modo con cui è riuscita a non perdere la base di origine e allo stesso tempo non inimicarsi un elettorato importante, più moderato, post democristiano, conservatore, borghese, come quello veneto, che si considerava rappresentato dalla Dc in funzione anticomunista e viene spaventato da una retorica più radicale».
E’ su questo passaggio che si gioca il futuro prossimo del Veneto?
«Penso che nei prossimi anni ci sarà una bella sfida per l’egemonia nella classe dirigente veneta. La Lega ha una posizione di forza perché l’ha coltivata negli ultimi trent’anni. Fdi parte da molto, molto indietro, ma ha un futuro perché ha una base, un radicamento. Riuscirà a fare un salto, deve farlo per diventare classe dirigente. Ma deve dimenticarsi le origini. Senza tralasciare l’incognita Forza Italia, noi la davamo per morta con la dipartita di Silvio Belrusconi, invece è un partito che esiste».
L’opinione degli esponenti di Fdi sul fascismo

Come sono visti il fascismo e il post fascismo in Fratelli d’Italia? L’abbiamo chiesto alla classe dirigente del partito nel Veneto.
Valeria Mantovan, assessore regionale. «Fdi ha dato disposizioni interne di espellere chiunque manifesti idee o comportamenti nostalgici. Sono state emanate circolari in questo senso dal nazionale, perché Fdi per statuto ripudia ogni forma di totalitarismo ed estremismo. Ma mi spiegate perché noi Fdi siamo sempre costretti, anch’io che ho 35 anni e il Ventennio non l’ho vissuto, a giustificarci di non essere nostalgici di quel periodo, mentre a uno di sinistra non si chiede di essere anticomunista? Il comunismo è un estremismo ma se ne può parlare, del fascismo no».
Claudio Borgia, capogruppo in Consiglio regionale. «Circolari scritte dal nazionale? Non so, non mi pare. Può anche essere che l’abbiano fatto, ma non credo che sia un diktat della Meloni, piuttosto è una cosa naturale: qualcuno che è eccessivo, che ha tesi anacronistiche, si isola da solo. Io non parlo mai di fascismo perché credo che sia un periodo già giudicato dalla storia. Ma non mi posso dichiarare antifascista, ho sperimentato sulla mia pelle l’antifascismo militante: ho fatto l’università a Bologna, ho avuto qualche colluttazione, schiaffi, pugni, sputi, da antifascisti militanti, scritte sotto casa che ho ripulito. Capirete».
Filippo Giacinti, assessore regionale: «Non so nulla di indicazioni scritte del direttivo nazionale di Fdi sui nostalgici post-fascisti. Io sono entrato nel movimento giovanile di An nel 1993, ero delegato del Fuan a giurisprudenza, sono rimasto in An fino allo scioglimento del 2009 ma da quel momento non ho più preso tessere di partito fino al 2025. In Fdi sono appena entrato, non so se La Russa festeggia o no il 25 aprile, io da sindaco di Albignasego ho presieduto cerimonie del 25 aprile per dieci anni. Credo che il dibattito sul fascismo sia un tentativo disperato di affibbiare etichette che ormai sono fuori dalla storia a persone che stanno lavorando con serietà, per raggiungere obiettivi importanti».
Lucas Pavanetto, assessore regionale: «Io amo la storia e credo che il fascismo sia morto nel 1943, non nel 1945, perché Salò è un’altra cosa, ancora peggiore. Non ho vissuto nessun totalitarismo, quel periodo lo conosco solo dai racconti dei miei genitori e più ancora dei nonni. Sono cresciuto nel movimento giovanile di An, mi sono iscritto nel 1997 al momento del cambio del Fronte della gioventù in Azione giovani. Tutto era già in evoluzione, la svolta di Fiuggi è stata un cambiamento epocale».
Sergio Berlato, parlamentare europeo: «E’ indiscutibile che in Fdi ci siano persone che erano anche nel Msi, ma è marginale. Io non provengo da quel mondo ma noi avevamo a Verona un leader emergente del Msi, Nicola Pasetto, morto nel 1996 in un incidente stradale. Dopo di lui quelli rimasti non contano più, oggi l’area missina è assolutamente minoritaria, ininfluente all’interno di Fdi. Le nuove generazioni vivono degli echi delle vicende dei padri e dei nonni, senza averle vissute. Vanno in piazza a fare casino? Date retta a me, è diventata una cosa folcloristica».
Francesco Rucco, vicepresidente del Consiglio regionale: «Ci saranno anche dei nostalgici post fascisti ma non hanno alcun peso nel partito, sono soltanto folclore. Joe Formaggio? Non si può dire che non sia simpatico. E’ un personaggio, per questo certe sparate vanno prese come tali». (Joe Formaggio non era ancora passato con Futuro Nazionale, dove adesso dichiara: «Qui si chiamano pubblicamente “camerati”. Io rispondo “A noi!” e mi sento a casa, in Fdi non si poteva dire»).
Sul post fascismo è nota la posizione sempre polemica di Elena Donazzan, parlamentare europeo, anche quando nel 2023 ha partecipato per la prima volta alla celebrazione del 25 aprile a Vicenza. Ci andò per dire che «l’antifascismo in Italia ha prodotto il terrorismo rosso».
Su posizioni completamente diverse era lo stesso anno il senatore Luca De Carlo, all’epoca coordinatore regionale: «La storia ha condannato il fascismo, c’è poco da fare. Noi vogliamo dare un messaggio svecchiato di un partito che ha fatto i conti con il passato e non c’entra nulla con il fascismo».
L’anno prima era stato contestato Raffaele Speranzon, oggi senatore e coordinatore del partito, per una dichiarazione da capogruppo in Consiglio regionale: «Se il 25 aprile è una giornata comunista e antifascista, non ci piace».
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