La mamma di Gobbato dopo la conferma dell’ergastolo all’assassino: «Basta odio, smettete di speculare su Jack»

Le parole di Valentina dopo la sentenza della Corte d’appello che ha confermato l’ergastolo per l’autore dell’omicidio del figlio il Corso del Popolo a Mestre la notte del 20 settembre 2024

Marta Artico
Giacomo Gobbato
Giacomo Gobbato

«Sono la mamma di Giacomo, vi chiedo una cortesia, a tutti; basta odio, basta, davvero, pensate che se l’omicida fosse, chessò, di Treviso o Canicattì, per me, per noi, cambierebbe qualcosa? Jack ha sempre aiutato tutti, fin da bambino, per lui esisteva solo una parola: Umanità! E sapere che la sua morte viene strumentalizzata per spargere odio, lo farebbe arrabbiare tantissimo».

Valentina, la madre di Giacomo Gobbato, per tutti Jack, il giovane assassinato la notte del 20 settembre 2024 in Corso del Popolo, non ne può davvero più dei leoni da tastiera che sputano sentenze contro tutti e contro tutto, istigano all’odio razziale, riversano veleno nei confronti del diverso, che sia un cittadino dell’Est o di un altro Paese.

Nelle scorse ore, la decisione della Corte di Appello di Venezia di confermare l’ergastolo per Serghei Merjievschii, il 40enne cittadino di origine rumena accusato dell’uccisione di Gobbato, il giovane morto dopo aver cercato di bloccare un rapinatore insieme all’amico Sebastiano Bergamaschi. La decisione riportata dai giornali e postata sui social, ha scatenato commenti di odio pesanti. Che la famiglia rigetta.

Omicidio di Jack Gobbato a Mestre, in appello confermato l’ergastolo
Giacomo "Jack" Gobbato aveva 26anni

La madre di Jack, con la consueta sobria dignità, ha riposto una volta per tutte ai tanti che sotto agli articoli chiedono la pena di morte o se la prendono con gli stranieri, le minoranze, gli immigrati.

«Ognuno ha il suo pensiero e fa le sue scelte» ha scritto la madre «quelle di mio figlio sono state di non voltarsi mai dall’altra parte, chiunque fosse ad aver bisogno. Indipendentemente da provenienza, colore o credo. Vi prego davvero di smetterla. Grazie».

Se Jack è morto, lascia intendere, è stato per aiutare qualcuno, senza interessarsi di chi fosse, perché questi erano i valori con i quali è cresciuto e nei quali credeva. Il suo modo di vivere e di affrontare la vita, per la madre, viene screditato, distorto e svalutato da chi accosta il suo nome e la sua morte all’odio per le persone, strumentalizzando la tragedia che tutti ricordano, per altri scopi.

Un messaggio forte e chiaro in un clima di tensione, quello della madre di Jack, che non vuole aggiungere altro.

Venerdì c’era anche l’imputato Serghei Merjievschii in aula bunker, prima che il collegio della corte d’appello si ritirasse per decidere sulla sentenza nel processo per l’omicidio del ragazzo, colpito con un fendente al cuore, dopo che insieme all’amico Sebastiano Bergamaschi (ferito a una gamba) aveva risposto alle grida di aiuto di una donna rapinata dello zaino, riuscendo a bloccare l’aggressore.

Dopo un’ora e mezzo di camera di consiglio, la corte d’appello ha confermato la condanna all’ergastolo. A nulla è valsa la tesi difensiva proposta dall’avvocato Gabriella Zampieri, secondo cui la coltellata era stata inferta per difendersi ma non per uccidere. A supporto di questa tesi, la difesa aveva prodotto una relazione del dottor Andrea Galassi, secondo cui la grande capacità di penetrazione del coltello utilizzato faceva sì che non servisse una forza così rilevante per trapassare lo sterno e arrivare al cuore.

Per il consulente del pubblico ministero, invece, una lesione così profonda in quel punto del corpo può avvenire solo se la forza impressa per tutta la durata del colpo. Rigettata, poi, la tesi difensiva che chiedeva di derubricare il reato in omicidio preterintenzionale secondo cui le lesioni al gluteo riportate da Gobbato e alla coscia di Bergamaschi avrebbero confermato la colluttazione. Per la Corte d’assise di primo grado, insomma, non c’era dubbio che Merjievschii non avesse agito in maniera istintiva, «ma con natura omicidiaria per fuggire e ottenere l’impunità per la rapina poco prima commessa (...) con la diretta e unica volontà di colpire al cuore».

 

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