Dalle Br fino alla Diaz, una vita in prima linea: Gianluca «uomo della Digos»

MESTRE. Leggenda vuole che sia stato ritratto il suo volto su un muro del Cso Rivolta. Del resto non ci sarebbe da meravigliarsi, l’ispettore Gianluca Prestigiacomo lo conoscono bene gli occupanti. Lui era «uno della Digos». Era. Perché dopo 35 anni di servizio è andato in pensione. Ha avuto dirigenti come Vincenzo Ciarambino, Diego Parente e Daniele Calenda. Senza nulla togliere a questi investigatori, per lui il padre putativo rimane l’ispettore Roberto Emireni, morto alcuni anni fa.
«Arrivai a Venezia dopo il corso nel luglio del 1986. E dopo qualche giorno di servizio al corpo di guardia venne accolta la mia richiesta di essere assegnato alla Digos. Del resto, era quello che desideravo. Il mio arrivo, avvenne pochi anni dopo l’uccisione di Alfredo Albanese».
Anni a dir poco caldi.
«Le Brigate Rosse non erano ancora diventate un brutto ricordo. Anche il terrorismo nero veniva costantemente monitorato. E fu proprio grazie ai contesti investigativi che iniziai a capire i ruoli dei partiti, soprattutto del Pci e dei sindacati, nella lotta al terrorismo in genere. In altre parole, le mie scelte giovanili avevano trovato la conferma che cercavo: non erano del tutto sbagliate. La militanza nella Fgci per certi aspetti fu propedeutica e la Digos completò l’opera. Non avevo paura. Nessuno di noi ha mai provato il senso della paura. Nonostante i molti appartenenti allo Stato uccisi. Erano gli anni in cui Roberto Emireni diventò il mio punto di riferimento».
Vari impegni, grande mole di lavoro.
«In ufficio eravamo pochi rispetto al lavoro da fare. Avevamo anche le scorte, in quegli anni. Venezia arrivò a esprimere ben tre ministri: Gianni De Michelis, Costante Degan e Bruno Visentini. De Michelis, persona colta che vedeva lontano. Ricordo che già in quegli anni diceva che la Chimica a Marghera non aveva futuro. Il 16 aprile 1988, appena nato il governo De Mita, ammazzarono Roberto Ruffilli. Eravamo al Gritti a Venezia al seguito di Gianni De Michelis, il quale mi chiese di metterlo in contatto con De Mita. Ricordo che entrai nella cabina e chiesi al portiere di mettermi in contatto con la Prefettura di Forlì. Dopo pochi minuti, mi ritrovai a parlare con il Presidente De Mita. Gli dissi che De Michelis voleva parlare con lui e nell’attesa mi venne spontaneo fargli le condoglianze. Apprezzò molto».
Venezia crocevia di traffici e storie internazionali?
«Una è legata al dottor Felice Casson, milanista. Questo lo rendeva ancora più simpatico. Nell’88 seguivamo un gruppo di studenti iraniani di estrema destra. Nelle intercettazioni parlavano di bombe. Casson iniziò a indagare su un traffico internazionale di armi. Perquisimmo anche la Junghans alla Giudecca, produceva spolette per bombe che inviava anche in Sudafrica, dove c’era l’embargo. Il traffico venne identificato con l’Irangate ed era collegato con un filone d’indagine iniziato in Francia».

Quindi nuove proteste, un nuovo movimento. Ma sempre in prima linea?
«Arrivò il G8 di Genova. Giorni che resteranno indelebili dentro di me, fino alla morte. Con Mirco, un collega, la sera di sabato 21 luglio, ci opponemmo, non ci fu verso di coinvolgerci nell’operazione alla Diaz. Noi alla Diaz eravamo andati nei mesi prima. Lì avevano allestito la sede del Social Forum. C’erano ragazzi, studenti, sindacalisti, operai. Ci avevano permesso di entrare per prendere visione di come stavano organizzando le manifestazioni e ci avevano pure offerto il caffè. Perciò, ci rifiutammo. A coordinarci c’era il dottor Enzo Ciarambino. Un padre. Una brutta storia veramente, fatta di manganellate anche a persone inermi. Mentre ce ne stavamo andando, ci imbattemmo nel dottor Calenda che stava uscendo dalla zona rossa, il fumo dei lacrimogeni gli aveva gonfiato gli occhi. Non doveva essere quello l’epilogo di quei giorni. Il nostro mestiere è anche fatto di storie di persone e non solo di sbirri e delinquenti. Una persona che avrò sempre nel cuore è il dottor Diego Parente. Direi il massimo come dirigente. La sua non comune professionalità fu evidente da subito. Ma è soprattutto un uomo, che sa cogliere le situazioni interpretando i contesti. Un dirigente che sa stare vicino ai suoi uomini». —
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